Introdurre un dibattito sui "valori della tradizione nazionale" significa innanzi tutto riflettere sul rapporto tra religione e politica, sul significato della laicità e sulla presenza dei princìpi cristiani nello spazio pubblico. A meno di voler rinnegare le proprie origini e la propria identità, infatti, non ha senso parlare della nostra tradizione senza far riferimento al cristianesimo.
Le riforme costituzionali sono state negli ultimi trent'anni al centro del dibattito politico: progetti di legge, commissioni bicamerali, leggi costituzionali, referendum confermativi si sono succeduti, spesso in modo affannoso e incoerente, nel tentativo di aggiornare la Carta del 1948, adeguandola ai profondi mutamenti sociali, culturali e politici intervenuti negli ultimi sessant'anni. Eppure, la cosiddetta "Costituzione economica" è rimasta ai margini della scena.
L'Italia si trova oggi ad affrontare una fase cruciale in materia di politica energetica, con riferimento particolare al settore dell'energia nucleare ma anche, e soprattutto, per quel che riguarda la sua funzione di importante attore della politica estera europea, con ricadute fondamentali su tutte le questioni mediorientali, che vedono nell'energia uno dei fattori strategici essenziali.
La verità esiste? Questo è innanzitutto il grande quesito che ci si pone nel confronto fra relativisti e antirelativisti; e se la verità esiste, potrebbe essa avere un valore positivo nella dimensione pubblica? Evidentemente quest'ultimo è un quesito correlato al precedente, e le riflessioni di Benedetto XVI intorno a questo tema rappresentano un contributo fondamentale.
Il tema del rapporto fra generazioni è una delle questioni centrali della politica italiana all'inizio del nuovo Millennio. Si avverte, cioè, l'esigenza di una riflessione sul fatto che alcuni istituti fondamentali del sistema economico e sociale italiano, realizzati in una fase storica molto diversa da quella attuale, non si siano in alcun modo adeguati ai successivi cambiamenti del sistema e siano causa di una serie di fratture molto gravi che sono, poi alla base di quella scorsa competitività dell'Italia sul panorama internazionale.
Le nuove ricerche sulla storia della città di Fiume contribuiscono a consolidare quel processo di revisione storiografica che in Italia è stato - ed in parte lo è tutt'ora - faticoso e doloroso, ma che si è ormai consolidato grazie, soprattutto, al lavoro e agli insegnamenti di storici come Renzo De Felice e Victor Zaslavsky.
L'attuale fase storica e politica è segnata da un passaggio epocale. Alcuni l'hanno colto pienamente; altri, invece, avanzano forti timori sulle conseguenze della transizione dal modello della "democrazia dei partiti", proprio dei primi cinquant'anni di vita repubblicana, al difficile modello che potremmo definire "democrazia degli elettori", caratterizzato da un rapporto completamente diverso fra i cittadini, da una parte, e la classe politica e le istituzioni, dall'altra.
Il PdL deve seguire "la via bassoliniana al Mezzogiorno" provando a coniugare sul versante del centro-destra il mito dell'autonomismo meridionale e del differente progetto di sviluppo o, piuttosto, deve essere in grado di rilanciare quel meridionalismo strategico e nazionale che si è esaurito con la stagione dell'intervento straordinario e si è infranto contro gli scogli delle Regioni?
L'Italia continua a scontare un'anomalia: non solo è il paese con il più alto numero di richieste di finanziamento, e ciò sta a dimostrare la capacità di progettazione innovazione, ma è anche il paese con il più alto numero di ricercatori vincitori, e ciò sta ad indicare la capacità di realizzare innovazione. Ciò che è grave è che i nostri ricercatori si trasferiscono all'estero per la realizzazione dei loro progetti.
Un'analisi sulla possibilità di perseguire una politica per il Mezzogiorno che passi attraverso azioni volte a migliorare la reale capacità di coordinare e programmare la qualità della Pubblica amministrazione e la messa a punto di istituti finanziari ed economici, in grado di cofinanziare investimenti per il rilancio del Sud.
I temi dello sviluppo delle regioni del Sud Italia non possono essere ridotti alla pur importante riflessione sul divario esistente con il Nord. Premesso che i divari tra diverse regioni di una stessa nazione non costituiscono solo un fenomeno italiano è necessario interrogarsi sui fattori che hanno condizionato una crescita più lenta dell'economia del Sud Italia.
L’odierno momento storico, il cui inizio convenzionalmente identifichiamo con il crollo delle utopie nel 1989, appare segnato da un vorticoso mescolarsi di popoli. Nel mondo della globalizzazione, si sono moltiplicate le occasioni di contatti tra persone, popoli, culture e civiltà. In realtà però sappiamo bene che una contiguità fisica sempre maggiore non conduce automaticamente ad un contatto tra persone. Il dato materiale può certamente propiziare l’incontro ma non è in grado di generarlo senza chiamare in causa la libertà degli attori in gioco.
E' indispensabile disinnescare il conflitto tra il potere politico e quella piccola minoranza della magistratura che interpreta il suo ruolo essenzialmente come militanza. Agli esordi della storia repubblicana lo aveva capito Palmiro Togliatti: basta ricordare i lavori dell'Assemblea costituente per rendersi conto dell'importanza che egli attribuiva all'autonomia della politica nei confronti delle possibili invadenze del potere giudiziario.
Dobbiamo rifuggire le formule retoriche e le adesioni acritiche che hanno allontanato l’Europa dal sentimento popolare e rischiano di ucciderla trasformandola in una grande authority lontana dai cittadini, quando non addirittura burocraticamente ostile. Per comprendere appieno da dove origina la crisi dell’ideologia europeista, e smentire i tanti commentatori che su questo terreno hanno inteso vaticinare l’avvento di un’insanabile frattura nella maggioranza di governo, occorre fare qualche passo indietro, e risalire fino alle radici di quell’europeismo italiano che lungi dall’avere una matrice unitaria, conobbe due fonti d’ispirazione profondamente diverse.
Dedichiamo questa pubblicazione della Fondazione Magna Carta ad un problema politico di grande portata, destinato ad avere sempre maggiore attenzione e importanza in futuro: il problema del riscaldamento globale in atto sul nostro pianeta. Ne considereremo i suoi vari aspetti. La sua attuale consistenza, le possibili cause, la prevedibile evoluzione, le conseguenze, i possibili rimedi, i comportamenti dei principali attori sulla scena mondiale.
Scopo di questa pubblicazione è fornire cenni di elementi conoscitivi su tre voci: individuare gli aspetti più significativi del DDL "Ferrero Amato"; sintetizzare il lavoro svolto sul fronte immigrazione dal Governo Berlusconi; inserire il DDL "Ferrero Amato" nel quadro dei provvedimenti adottati, prevalentemente per via amministrativa, dal Governo Prodi a partire dal suo insediamento.
Nella lectio magistralis tenuta a Firenze, il 27 gennaio 2007 in occasione della presentazione del Circolo dei liberi - Federato con Magna Carta per la Toscana, il professor Francesco Forte tratta un tema fondamentale per la vita delle democrazie fin dal loro nascere. I rapporti tra rappresentanza (diritto di cittadinanza) e imposte, e tra imposte e diritto naturale attraversano la storia della modernità a partire dalla Rivoluzione Americana.
Chiedersi cosa dell'originaria discesa in campo del Cavaliere sia ancora vivo dopo tredici anni, corripsonde proprio a domandarsi come il berlusconismo abbia operato nella trama di rotture e continuità tra la prima e la seconda parte della storia repubblicana. Per chè le ragioni che hanno assicurato la durata del fenomeno devono essere ricercate nel punto di confluenza di due dinamiche per molti versi complementari: la capacità del berlusconicmo, già nella sua versione originaria, d'interpretare bisogni politici radicati e di proiettarli verso esiti di modernizzazione del sistema; il suo successivo adattarsi ad alcuni vincoli sistemici che, considerati nella versione primordiale, avevano contribuito a determinare il fallimento repentino di quel primo tentativo.
L’università italiana rischia di essere incapace di sostenere la competitività con le università europee ed extra-europee. I soldi per la ricerca non sono molti ma, soprattutto, sono male spesi dagli atenei. Il rapporto tra investimento pubblico e risorse private si addice più ad un paese post-comunista che ad un paese occidentale avanzato. Il reclutamento è ancora infestato da casi di nepotismo e clientelismo che limitano la libera competizione tra i cervelli. Le università appaiono come tante potenze feudali tese a salvaguardare ognuna il proprio territorio, senza farsi concorrenza al fine d’eccellere e neppure disturbare l’orto del vicino.
Esiste un vasto movimento di immigrazione di uomini, in particolare di religione islamica. Terrorismo a parte, in tutta Europa questo fenomeno provoca problemi di integrazione e questi problemi hanno sollevato la questione della nostra identità. Lo stesso problema identitario è venuto alla luce quando, al momento di redigere il Preambolo al Trattato costituzionale europeo, i capi di stato e di governo si sono chiesti se fare o no riferimento alle radici cristiane del nostro Continente. E un’altra questione identitaria si manifesta ogni giorno nelle nostre aule di biologia, nei laboratori di genetica, negli ambulatori dei ginecologi, nelle sale ospedaliere, e naturalmente nei parlamenti. Anche se gli storici guardano al passato, questi sono problemi di oggi così grandi che non dovrebbero sfuggire al loro esame.
- 1 di 2
- ››




















