Obama senza segreti

di Jon Meacham

Barack Obama ha un mondo in testa. Un mondo in cui gli Stati Uniti non sono gendarmi ma vogliono creare il consenso attorno alle loro decisioni. Lo conferma in questa intervista in cui non risparmia anche curiosità sulla vita alla Casa Bianca insieme alla sua famiglia. Ribadisce le aperture all'Iran, dice di non volersi intromettere nelle questioni interne del Pakistan, difende la decisione sofferta, di inviare nuove truppe in Afghanistan. Ha appena ricevuto il premier israeliano Netanyahu e ha misurato la divergente di opinioni circa la nascita di uno Stato palestinese. Si prepara al viaggio in Egitto (4 giugno) e col suo staff sta lavorando al discorso che rivolgerà al mondo islamico, che già viene definito "storico".

Signor presidente, che cosa ha imparato nei primi mesi alla Casa Bianca? Qual è stata la scelta più difficile che ha dovuto prendere?

« Inviare in Afghanistan altri 17 mila soldati. Una decisione del genere implica grande serietà, perché è presumibile che alcuni giovani uomini e donne mandati in guerra ne resteranno vittime. È necessario essere sicuri di aver riflettuto bene su ogni aspetto e approdare alla migliore strategia possibile. Il fatto di essere consapevole che la missione in Afghanistan è straordinariamente complessa e che non abbiamo garanzie di vittoria, ha reso la decisione quanto mai difficile».

C'è qualcosa che la potrebbe aiutare a diventare un "presidente di guerra"?

«È sicuramente utile essere a conoscenza delle questioni strategiche. Penso che ciò sia più importante che comprendere le tattiche, perché ci sono comandanti straordinari sul terreno e molti ottimi consiglieri. Ma il presidente deve prendere una decisione molto particolare: deve stabilire se il ricorso alla forza militare servirà per raggiungere gli obiettivi di sicurezza intesi in senso generale degli Stati Uniti. Ciò non lo si può fare senza aver compreso, per esempio nel caso dell'Afghanistan, in che modo quel Paese sia legato al Pakistan, di che natura è la guerriglia, come andò l'invasione sovietica. Altro aspetto utile è aver trascorso un paio d'anni in campagna elettorale e altrettanti da senatore, incontrando persone che avevano prestato servizio nell'esercito, ascoltando le loro famiglie e le famiglie dei soldati che non sono tornati a casa. Conoscere, insomma, qual è il vero prezzo che si trovano a pagare le persone che tu stai per mandare a combattere».

Ci spiega come è arrivato alla decisione di aumentare il numero delle truppe sul terreno?

«Punto iniziale della riflessione è stato prendere atto che la traiettoria intrapresa non stava dando risultati, che i talebani avevano anzi fatto progressi, che la popolarità della nostra presenza in Afghanistan era in forte calo, che l'instabilità nella regione di confine con il Pakistan stava destabilizzando anche quel Paese. Da qui è scaturita la mia decisione. In seguito ci siamo impegnati in una revisione strategica esaminando l'operato della Difesa, del Dipartimento di Stato, delle operazioni di intelligence e di quelle per gli aiuti umanitari. Una volta completata questa analisi, abbiamo passato in rassegna una gamma di opzioni per capire in che termini potevamo procedere. Infine, quando ho compreso che tutte le domande avevano ottenuto una risposta ho preso una decisione».

La sua decisione di operare un cambio ai vertici di comando (il generale David McKiernan è stato sollevato dall'incarico di comandante delle truppe in Afghanistan) rientra tra le reazioni a quanto accade sul terreno?

«Questo cambiamento è dovuto piuttosto a una constatazione più ampia: occorre uno sguardo nuovo per affrontare il problema. Il generale McKiernan ha svolto un lavoro eccezionale. Mi corre però l'obbligo di essere assolutamente certo che stiamo procurandoci le migliori opportunità per avere successo. In questo momento c'è la forte rassicurazione da parte del capo di Stato maggiore ammiraglio Mike Mullen che il team che stiamo mettendo insieme è il migliore e ha le migliori probabilità di avere successo».

E' disposto a inviare ancora altre truppe se il contingente attuale non riuscisse a ottenere i progressi che lei intende conseguire?

«Penso sia prematuro parlare di ulteriori rinforzi. E' mia opinione che non raggiungeremo il nostro obiettivo semplicemente inviando sempre più soldati. I sovietici ci sono già passati e neanche nel loro caso le cose funzionarono così. I britannici fecero altrettanto e anche loro fallirono. Dobbiamo far sì che i nostri uomini operino nell'ambito di uno sforzo più ampio per stabilizzare la sicurezza nel Paese, per rendere possibili le elezioni e per far sì che un governo democratico eletto, più aperto e più tollerante, sia considerato e legittimato più dell'alternativa che i talebani rappresentano. La componente militare è cruciale per il perseguimento di questo fine, ma non è un elemento sufficiente».

Spostiamoci in Pakistan: se quel Paese diventasse meno stabile, sarebbe disposto a mandare delle truppe americane per mettere in sicurezza l'arsenale nucleare?

«Preferisco non delineare scenari ipote-tici in Pakistan. Siamo fiduciosi sul fatto che l'arsenale nucleare pachistano sia al sicuro e che l'esercito pachistano sia ben attrezzato e preparato per evitare che gli estremisti abbiano il sopravvento e si impossessino di tali arsenali. Come comandante in capo devo prendere in considerazione tutte le opzioni possibili, ma credo che la sovranità pachistana vada rispettata. Stiamo cercando di rafforzare la loro partnership, e uno degli aspetti più incoraggianti è che nelle ultime settimane abbiamo assistito a un drastico cambiamento nell'esercito pachistano: ora capisce e riconosce che gli estremisti costituiscono una minaccia molto più seria e immediata rispetto all'India, Paese verso il quale hanno per tradizione puntato la loro attenzione».

C'è stato un momento in cui lei ha riflettuto ad alta voce in un modo che va bene per un senatore, ma non per un presidente?

«Ho prestato la massima attenzione a come usare il microfono che ho a disposizione, perché mi sono reso subito conto della sua potenza. Sono sicuro di aver fatto qualche osservazione che, col senno di poi, avrei potuto ritoccate e levigare, e sono sicuro anche che non sarò al riparo in futuro da qualche gaffe. Uno degli aspetti che mi consolano maggiormente è che il popolo americano non soltanto è comprensivo, ma è desideroso che gli si spieghino le cose, le difficoltà, i problemi. Vuole capire anche le situazioni più complesse. Uno degli errori più gravi commessi a Washington è stato quello di ritenere che si debbano semplificare eccessivamente, a rischio di renderle insignificanti, le cose che si dicono all'opinione pubblica. Mi ha sempre colpito molto il fatto che, quando entro in una stanza dove c'è un gruppo di persone, anche coloro che sono fortemente in disaccordo con me si prendono tutto il tempo necessario ad ascoltarmi. Potrebbero anche non trovarsi d'accordo con me, alla fine, ma l'importante è che capiscano il mio punto di vista, capiscano che io li ascolto e che questo rientra a tutti gli effetti nel processo decisionale. Quindi si sentono parte integrante di esso. Tutto ciò serve non soltanto a chiarire le cose, ma ci allontana dai dogmi, dalle prese in giro e dalle esagerazioni che intralciano la buona arte di governo. Conferisce un tono più civile alla politica».

Qual è la sua reazione alle continue critiche dell'ex vicepresidente Cheney?

«Dick Cheney aveva un'opinione molto energica della sicurezza nazionale. Questa opinione credo abbia innescato tutta una serie di pessime decisioni. Cheney ha però perso credibilità già nell'ambito dell'amministrazione Bush. Negli ultimi due o tre anni di Bush i repubblicani e gli stessi funzionari hanno riconosciuto che le tecniche di interrogatorio così dure che stavano applicando erano controproducenti. Hanno capito che il rifiuto di parlare con i nostri nemici, di intendere la sicurezza nazionale soltanto in termini di ricorso alla forza, non è conveniente». Il ministro degli Interni australiano ha chiesto perchè, se i prigionieri non sono più pericolosi, non li lasciate vivere negli Stati Uniti? «È un problema alquanto difficile. Alcuni individui sono stati messi in prigione mentre non avrebbero dovuto esserlo, ma dopo essere stati in prigione sei sci anni, una cosa è sicura: non nutrono simpatia per gli Stati Uniti. Ci sono individui che meritavano di essere incarcerati ma avrebbero dovuto essere processati immediatamente e non lo sono stati e, per il modo col quale sono state ottenute le prove a loro carico, sarà molto difficile per noi perseguirli e assicurarli alla giustizia. Dovremo certamente trovare il modo di porre rimedio a questo caos e non sarà facile. Ci stiamo tuttavia adoperando in tutti i modi affinché Guantanamo non sia più un centro di reclutamento per Al Qaeda, per applicare quanto prevede un legittimo processo, perché i soggetti pericolosi restino in carcere, ma siano custoditi e/oprocessati come prevede la Costituzione. Tutto ciò richiederà tempo e ci saranno casi in cui non tutti saranno d'accordo con le nostre decisioni. Ma sono sicuro che saremo in grado di risolvereanche questo problema».

Lei ha appena visto il premier israeliano Netanyahu. Israele, oltre al problema palestinese, si trova ad affrontare la minaccia nucleare iraniana. Alcune persone sostengono che gli Usa non dovrebbero togliere dalle opzioni possibili un intervento militare contro l'Iran.

«Ho già detto con estrema chiarezza che nei confronti dell'Iran non tolgo alcuna opzione dal tavolo. Non escludo alcuna opzione quando si tratta di sicurezza degli Stati Uniti. Ho detto che vogliamo offrire all'Iran un'occasione per riallinearsi con le leggi e le normative internazionali. Questa sarà la soluzione migliore per il popolo iraniano. Credo vi sia sicuramente la possibilità per l'Iran di mantenere il proprio carattere islamico pur diventando membro a tutti gli effetti della comunità internazionale, senza essere considerato una minaccia per i paesi vicini. Noi tenderemo una mano e cercheremo di modificare il modo di approcciarci a questo Paese che negli ultimi 30 anni non ha dato alcun frutto. Funzionerà? Non lo sappiamo. Ma garantisco una cosa: non sono un ingenuo e so quanto sarà difficile percorrere questa strada. Se questa tattica non funzionerà, il fatto di averci provato rafforzerà la nostra posizione e porterà a una mobilitazione della comunità internazionale: l'Iran a quel punto si isolerà da sé. E non avrà più ragione d'essere la tesi iraniana di essere vittima degli Stati Uniti».

Si aspetta che gli israeliani si adeguino e non intraprendano un'azione militare unilaterale?

«Capisco benissimo che Israele consideri l'Iran una minaccia per la propria esistenza ed è comprensibile, del resto, se si tiene conto di alcune dichiarazioni del presidente Ahmadinejad. I loro calcoli dei costie dei benefìci saranno necessariamente diversi. Non spetta a me decidere quali debbano essere i requisiti per la sicurezza di Israele. Posso soltanto far presente a Israele che si deve pur dare una chance all'approccio che stiamo prendendo, nella speranza che possa costituire una prospettiva di sicurezza più vantaggiosa e migliore di alcune delle alternative».

È sorpreso dal fatto che la sua famiglia faccia già parte dell'iconografia collettiva?

«Il lato positivo è che grazie al carattere e anche alle impareggiabili doti materne di Michelle, le mie figlie conducono una vita serena e normale. Tutto ciò che le coinvolge e si dice di loro, non lo vengono nemmeno a sapere. Non abbiamo riscontrato in loro nessun effetto particolare né mi pare si sentano costantemente sotto i riflettori. Certo, mi preoccupo per quando entreranno nell'adolescenza: già per natura ci si sente a disagio per i propri genitori, a maggior ragione se compaiono alla tv. Per loro sarà anche difficile avere dei flirt, perché sono costantemente circondate da guardie del corpo armate. Per adesso ne sono lieto, ma loro in futuro potrebbero pensarla in modo assai diverso».

Ha chiesto lumi a qualche ex presidente o a qualche personaggio famoso sull'effetto che può avere nei figli il crescere sotto i riflettori?

«La verità è che la campagna elettorale ha voluto dire per me sentirmi una rana in padella con l'acqua che inizia a bollire... Quando c'è stato l'insediamento, eravamo già abituati a quello che ci aspettava».

Che libro sta leggendo?

«Sto leggendo "Netherland" di Joseph O'Neil (in uscita in Italia con il titolo "Un uomo di famiglia", Rizzoli, ndt). È una storia post 11 settembre e parla di un uomo abbandonato dalla famiglia che si dedica al cricket a New York. E' affascinante. È un libro bellissimo, anche se non me ne intendo molto di cricket».

Quando trova il tempo per leggere? Come divide il suo tempo?

«Sono un tiratardi. Di norma la mia giornata si svolge così: vado in ufficio tra le 8 e 30 e le 9 del mattino e lavoro fìno alle I8 e 30. Ceno con la mia famiglia, trascorro del tempo con le bambine e le mtto a letto intorno alle 20 e 30. Poi in genere mi dedico alla lettura di briefing, scrivo lettere o altre cose fin verso le 23 e 30. Infine, prima di andare a letto - intorno a mezzanotte, mezzanotte e mezza o anche più tardi - posso dedicarmi alla lettura».

Segue i notiziari delle televisioni a pagamento?

«Non seguo nessun notiziario delle televisioni via cavo. L'unica cosa che seguo alla televisione è lo sport».

E qual è l'ultimo film che ha visto?

«Con i film le cose vanno già meglio, perché si dà il caso che al piano terra della mia casa ci sia un magnifico cinema. Lo scorso fine settimana ho visto "Star Trek", che mi è piaciuto molto. Alla fine del film tutti hanno detto che Spock sono io, per cui immagino di dovermi dare una controllatina (con la mano fa il saluto vulcaniano a dita disgiunte, ndr)».

Seguiva gli episodi del telefilm da piccolo?

«"Star Trek" mi piace va moltissimo. Era in anticipo sui suoi tempi. Gli effetti speciali forse non erano il massimo, magli episodi erano sempre interessanti: c'era una parte di approfondimento e pure filosofia in pillole, niente di meglio per attirare l'attenzione di un bambino di dieci anni».

Leggi l'articolo in versione pdf

Se intendi commentare l'articolo clicca qui

p