Governare l'Italia per l'istruzione e la ricerca scientifica

 

Per richiedere la pubblicazione

La pubblica istruzione italiana è in condizioni a dir poco pessime. Lo dicono gli indicatori internazionali – pure affidabili fino a un certo punto –, ma lo dice soprattutto l’esperienza quotidiana di qualsiasi cittadino. Quel che è peggio, queste condizioni sono in rapidissimo peggioramento. Tanto da consentire di ipotizzare che quel poco che resta di solido sarà spazzato via entro un decennio, o forse ancora prima. Cambiare rotta diventa, in queste condizioni, di un’urgenza estrema: un’urgenza cruciale per il futuro del paese, che sia la coscienza pubblica sia la politica – concentrati come sono sul breve periodo – sottovalutano colpevolmente.

Per una nuova (o meglio, vecchia) filosofia dell’educazione

I principi pedagogici che regnano nel Ministero della Pubblica Istruzione, qualsiasi sia il governo, e dal Ministero transitano nei documenti ufficiali e infine nei singoli istituti della Penisola, sono pervasi da uno pseudo-pensiero politicamente corretto, da un “democratese”, che ha fatto di essi causa non ultima della perdita di baricentro e della sempre più marcata incapacità educativa della scuola italiana. Nella sostanza, questi principi negano che nel processo educativo debbano esservi dei robusti elementi non diciamo di autoritarismo, ma quanto meno di autorità e autorevolezza. Così facendo, sviliscono la figura del docente, riducendolo a un mero “mediatore” dei processi di autoapprendimento degli scolari. I quali sono di conseguenza lasciati del tutto privi di guida, nella presunzione che siano in grado di “riscoprire” da soli valori e conoscenze.

Quel che il programma di Magna Carta intende sottolineare, è innanzitutto l’esigenza di recuperare alcuni almeno dei principi tradizionali che i pedagogisti del Ministero oggi negano. E, in particolare, la consapevolezza che educare significa, almeno in una certa misura (non occorre certo tornare alle punizioni corporali…), imporre dall’alto nozioni, punti di vista e anche principi – quelle nozioni, quei punti di vista e quei principi che sono indispensabili alla salvaguardia della civiltà, considerata non come un prodotto spontaneo delle pulsioni umane, ma come una costruzione fragile e artificiale. Un aforisma fulminante di Nicolàs Gòmes Devila sintetizza in una riga, e in forma provocatoria, quel che intendiamo: «Educare l’uomo è impedirgli la libera espressione della sua personalità». Restituire un baricentro al processo educativo significa ridare al corpo docente – di fronte a scolari sempre più anomici e aggressivi, e sempre più spalleggiati da famiglie troppo indulgenti – un senso della propria funzione e del proprio prestigio.

Significa inoltre intervenire sui programmi. Lungo tre direttive:

abbandonando l’atteggiamento sempre più indulgente che ha negli ultimi anni (se non decenni) caratterizzato la scuola italiana: una sorta di rincorsa al ribasso nei programmi, accoppiata con la rinuncia a qualsiasi intento di selezione qualitativa degli scolari. In India, solo per fare un esempio, la scuola trasmette a un bambino di cinque anni le competenze matematiche che in Italia si acquisiscono solo tre anni dopo;

invertendo due tendenze correnti nelle attuali scuole primarie italiane: quelle a ridurre le materie di storia e geografia a un’introduzione rispettivamente alle nozioni di temporalità e di spazialità, e a insegnare la matematica su basi empirico-intuitive. In definitiva, si tratta di eliminare l’approccio formale alla storia e geografia, ripristinando i loro contenuti disciplinari tradizionali (date, eventi, nomi e luoghi); e, per converso, di ridare alla matematica il suo caratteristico approccio deduttivo;

ripristinando nell’insegnamento delle materie umanistiche una prevalente – anche se certo non esclusiva, reticente o arrogante – prospettiva eurocentrica. Nella consapevolezza che, essendo l’adozione di un determinato punto di vista inevitabile in qualsiasi forma di conoscenza, negare l’eurocentrismo non significhi in alcun modo essere “oggettivi”, ma, al contrario, propagandare valori altrettanto soggettivi e discutibili di quelli della tradizione occidentale (se non di più), introducendoli però in maniera surrettizia, e perciò ancora più pericolosamente “totalitaria”.

Quest’ultimo punto si ricollega in maniera forte al problema dell’integrazione dei figli di immigrati. Magna Carta conferma l’opzione sulla quale si è da subito orientata l’Italia, diversamente da altri paesi: inserire gli alunni di cittadinanza non italiana nella scuola comune, all’interno delle normali classi scolastiche ed evitando la costruzione di luoghi di apprendimento separati, in continuità con precedenti scelte di accoglienza di varie forme di diversità. Ritiene tuttavia che l’integrazione dei giovani immigrati debba avvenire in una scuola sicura della propria identità: una scuola che, senza in alcun modo umiliare gli scolari extracomunitari, ma pure senza alcun cedimento a un multiculturalismo demagogico, trasmetta con convinzione i valori fondanti della nostra convivenza civile.

 

Per un’Università veramente autonoma

Il principio dell’autonomia è stato applicato agli Atenei italiani all’interno di un contesto non competitivo. Svincolati dai meccanismi sanzionatori della competizione, gli Atenei hanno (ab)usato male della propria autonomia. E il Ministero, di fronte a questo abuso, ha tessuto negli ultimi anni intorno alle Università una rete sempre più soffocante di vincoli burocratici, rinnegando lo spazio di movimento che era stato concesso in precedenza.

È nostra convinzione che questa dinamica sia assolutamente perversa. Nonostante il corpo docente abbia usato male della propria libertà, non è togliendogliela che si risolvono i problemi: ma lasciandogliene anche di più ampia, e subordinandola però al meccanismo di premi e punizioni previsto dal libero mercato. Siamo perfettamente consapevoli che, nel campo dell’educazione, la competizione fra istituti può essere al ribasso: ossia che le Università possono essere indotte ad attrarre gli studenti svendendo il titolo. Riteniamo tuttavia che vi siano dei meccanismi adatti a evitare questa degenerazione. In concreto proponiamo:

l’abolizione del valore legale del titolo di studio;

l’attribuzione a ciascuno studente universitario di un “buono università” che possa essere liberamente speso in uno qualsiasi degli Atenei riconosciuti dallo Stato italiano;

l’attribuzione del riconoscimento da parte dello Stato a quegli Atenei che rispettino un quadro preciso di regole idonee a valutare, ex ante ed ex post, la qualità dell’insegnamento universitario:

 3.1.          stabilendo che possa essere titolare di insegnamento solo ed esclusivamente chi abbia avuto dallo Stato italiano l’idoneità a insegnare;

 3.2.          stabilendo i requisiti qualitativi e quantitativi minimi per ciascuna classe di laurea, senza però annullare del tutto – com’è oggi – gli spazi di libertà dei singoli atenei;

 3.3.          stabilendo per ciascun corso di laurea i requisiti minimi di personale (numero di docenti di ruolo) e di strutture;

 3.4.          prevedendo per ogni Ateneo un’accurata valutazione periodica della didattica da parte del Ministero; valutazione che prenda seriamente in considerazione tanto la preparazione dei neolaureati quanto il loro successivo destino professionale; i cui risultati siano ampiamente diffusi e utilizzati tanto per attribuire i finanziamenti alle Università, quanto per selezionare il personale nei concorsi pubblici;

Selezione e incentivazione al reclutamento del personale docente secondo standard elevati di qualità e secondo i seguenti principi:

 4.1.          che i primi gradini della carriera accademica siano “a tempo”, così come accade ovunque nel mondo, ma che siano anche previste delle tenure tracks: percorsi verso l’ingresso in ruolo tali che i meritevoli abbiano la ragionevole certezza di stabilizzarsi in tempi ragionevoli; e anche delle vie d’uscita (ad esempio nell’insegnamento scolastico) per quanti si dimostrino inadatti all’attività di ricerca;

 4.2.          che l’immissione in ruolo dei docenti sia decisa dai singoli Atenei, ma su liste aperte nazionali di idoneità;

 4.3.          che l’impegno dei docenti nelle strutture accademiche, ma soprattutto l’attività di ricerca, siano incentivati economicamente;

oltre che da quanto previsto al punto 4.3, la ricerca in Italia deve avviarsi nel solco di una strategia finalizzata all’eccellenza e alla competitività:

 5.1.          attraverso un consistente programma di sgravi fiscali per i privati che desiderino investirvi;

 con norme stringenti che concentrino i finanziamenti sui progetti e i ricercatori meritevoli, piuttosto che disperderli a pioggia.