Con il discorso pronunciato il 4 giugno al Cairo da Barack Obama, la nuova presidenza americana è entrata definitivamente nel vivo delle questioni mediorientali. La scelta del luogo e dell’audience sono di per sé rivelatori delle linee d’azione che Washington intende seguire per il rilancio dell’iniziativa degli Stati Uniti nel mondo arabo-musulmano. L’università di Al-Azhar è infatti da oltre mille anni il principale centro d’insegnamento dell’islam sunnita ed è associata all’importante moschea da cui prende il nome, la moschea di Al-Azhar. All’incontro con Obama ha anche assistito una delegazione di dieci deputati appartenente ai Fratelli Musulmani, la potente organizzazione islamica radicale ufficialmente bandita dalla legge egiziana ma presente in parlamento con 88 esponenti in qualità di indipendenti. Se Al-Azhar rappresenta l’islam istituzionale su cui fa leva il governo, i Fratelli Musulmani, ai quali prima di fondare la Jihad islamica era iscritto il numero due di Al-Qaeda, Al Zawahiri, sono da sempre in aperto contrasto con le autorità egiziane di cui contestano la legittimità. Ciononostante, la loro presa ideologica sulla società è molto forte e non solo in Egitto, anche in Siria, Giordania e territori palestinesi, con ramificazioni che si estendono in tutto il mondo. Numerosi sono gli studenti appartenenti alla Fratellanza iscritti all’università di Al-Azhar e ciò può aver influenzato la decisione di invitarne alcuni esponenti in occasione della visita di Obama. Fonti ufficiali americane hanno tenuto a precisare che è stata l’università ad inoltrare l’invito, ma è dai primi giorni del suo insediamento che l’amministrazione Obama sta cercando di tessere rapporti con la Fratellanza, come provano gli abboccamenti, formali e no, con esponenti dell’Islamic Society of North America (ISNA), organizzazione islamica legata a doppio filo al movimento egiziano.
Ecco, allora, che il presidente americano, annunciando al Cairo l’inizio di una nuova era nei rapporti tra Stati Uniti e mondo arabo-musulmano, potrebbe aver deciso di tendere la mano all’islam egiziano, quello ufficiale di Al-Azhar e quello illegale ma dominante dei Fratelli Musulmani, per recuperare le masse arabe dal loro viscerale antiamericanismo. «Non c’è bisogno che ci sia contraddizione tra sviluppo e tradizione», ha affermato Obama, individuando un punto d’incontro tra islam e modernità, e responsabilizzando allo stesso tempo Al-Azhar, definita all’inizio del suo discorso esempio di «armonia tra tradizione e progresso», benché i suoi pronunciamenti siano improntati a una concezione strettamente fondamentalista dell’islam e a un classico antiamericanismo. In cambio, gli Stati Uniti spingerebbero sul presidente egiziano, Hosni Mubarak, affinché lasci il passo a un concreto incremento del tasso di democraticità nella vita politica e istituzionale del paese, favorendo il radicamento di un sistema pluralistico in cui veri e propri partiti parteciperebbero alla competizione elettorale per ottenere la maggioranza dei voti ed esprimere di conseguenza la compagine governativa. La speranza di Obama è quella di favorire la formazione di due coalizioni avversarie, una conservatrice, l’altra più progressista, in cui la prima, pur d’ispirazione religiosa, riesca ad accordare l’islam con la modernità sul modello turco dell’AKP di Erdogan, alleato fondamentale nella strategia di Obama.
L’operazione, però, è tutt’altro che esente da rischi, perché la Fratellanza potrebbe sfruttare un’apertura democratica per finalità incompatibili con una democrazia liberale, data la natura e l’ideologia del movimento. Il presidente americano ne è consapevole ed è per questo che ha voluto fissare espressamente i criteri politici da rispettare: libertà di pensiero e di giudicare l’operato del governo; stato di diritto e uguaglianza davanti alla legge; trasparenza e responsabilità del governo di fronte ai cittadini; libertà di scegliere il proprio stile di vita. Non si tratta esclusivamente di «idee americane», precisa Obama, ma di diritti umani («they are human rights»), intesi quindi in senso universale contrariamente a quanto fa la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, e «per questo li supporteremo ovunque». Obama mette in guardia dallo sfruttare la democrazia per scopi antidemocratici: «Ci sono alcuni che invocano la democrazia solo quando sono fuori dal potere; una volta al potere, sono invece spietati nel reprimere i diritti degli altri […] Il governo del popolo e per il popolo stabilisce uno standard unico per tutti coloro che sono al potere: dovete esercitare il vostro potere attraverso il consenso, non con la coercizione […] Senza questi ingredienti, le sole elezioni non bastano a fare una vera democrazia». Il presidente americano affronta apertamente anche il tema della condizione femminile. Riferendosi all’uso del velo, dice di nutrire rispetto per «quelle donne che scelgono di vivere le loro vite secondo le regole tradizionali», ma precisa che «dovrebbe essere una loro scelta» e che se a una donna «viene negata l’educazione viene negata l’uguaglianza».
Obama, dunque, non rinuncia alla promozione dei valori di democrazia e libertà, in continuità con il suo predecessore, George W. Bush, ma con una sostanziale differenza. Che non corrisponde alla scontata presa di distanza dal regime change dall’esterno avvenuto con l’intervento americano in Iraq («nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposto su una nazione da un’altra»), una concessione all’antibushismo e all’antineoconismo militanti. La differenza sta nel fatto che Bush, inizialmente, con l’idea del Grande Medio Oriente aveva fatto leva sull’umana aspirazione alla libertà affinché i popoli arabi prendessero in mano il proprio destino e si liberassero dei loro “oppressori”; Obama, invece, effettuando un significativo aggiustamento tattico, si è rivolto direttamente agli “oppressori” nel tentativo di ammorbidirli e coinvolgerli direttamente in un processo di cambiamento. Agitando lo “spettro” della libertà e della rivoluzione democratica, Bush aveva spaventato sia i religiosi islamici che le autocrazie arabe, non ricevendo la collaborazione auspicata. Da questo punto di vista, emblematico è il caso dell’Egitto, paese “moderato” e “alleato” di Washington. Nel marzo 2003, il grande imam di Al-Azhar, Sayyed Mohammed Tantawi, con una fatwa dichiarava la legittimità del jihad contro gli Stati Uniti in Iraq. Sia Al-Azhar che la Fratellanza hanno quindi avuto gioco facile a presentare l’islam come vittima dell’imperialismo di Bush, mobilitando la popolazione in chiave antiamericana; d’altro canto, il governo ha assecondato la linea dei religiosi per garantire la stabilità del regime, esternalizzando la tensione interna su Stati Uniti e Israele, senza offrire alcun sostanziale contributo sui fronti più caldi (Iraq, Palestina e Afghanistan). Ora Obama, partendo dall’Egitto, prova a recuperare il danno d’immagine subito, a torto o a ragione, dagli Stati Uniti nel mondo arabo-musulmano, correggendo la linea non inclusiva di Bush.
Tra i principali “alleati” americani nell’area, la scelta dell’Egitto per dare avvio all’iniziativa era obbligata. Prima di atterrare al Cairo, Obama si è recato in Arabia Saudita in visita ufficiale da re Abdullah, ad indicare l’importanza che Riyadh tuttora riveste nelle strategie di Washington, nonostante le tensioni seguite all’11 settembre (9 dei 16 attentatori erano di origine saudita, come Bin Laden). Il presidente americano ha sottolineato l'importanza della sua visita "nel luogo dove è iniziato l'Islam", ma non avrebbe mai potuto pronunciare un discorso come quello del Cairo davanti a religiosi wahhabiti, il cui radicalismo oscurantista e antioccidentale continua a tenere governo e società sotto scacco. In Egitto, invece, Obama ha potuto approfittare di un maggiore margine di manovra per lanciare il suo messaggio alle diverse componenti di una nazione che nel disegno della sua amministrazione dovrà essere l’avanguardia del cambiamento in Medio Oriente. Nel discorso all’università di Al-Azhar, Obama ha provato a fornire anche elementi di rassicurazione ai suoi interlocutori, puntando sulle sue origini afro-americane e i suoi trascorsi in Indonesia, citando frasi del Corano, parlando di Islam come religione di pace e parte della storia e dell’identità degli Stati Uniti («Islam is a part of America ), delle 1.200 moschee che si trovano in territorio americano, della sua volontà di far ritornare a casa al più presto le truppe americane dall’Afghanistan («war of necessity») e dall’Iraq («war of choice»), di non avere l’intenzione di stabilire basi americane su territorio musulmano e che gli Stati Uniti saranno partner e non «patron» del nuovo Iraq.
Ma al presidente Mubarak potrebbero non piacere le intenzioni dell’amministrazione americana. Obama era alla sua prima visita ufficiale in Egitto, ma Mubarak non si è recato ad accoglierlo all’aeroporto come da protocollo; e i due dopo un breve colloquio privato non hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa. Gamal Mubarak, figlio di Hosni, segretario del comitato per la pianificazione e in predicato di succedere all’attuale presidente, non era presente ad Al-Azhar mentre Obama pronunciava il suo discorso. Se non si vogliono considerare tali episodi come spia di una qualche tensione tra (i) Mubarak e Obama, l’eventuale sdoganamento dei Fratelli Musulmani, unito alle pressioni per la democratizzazione del regime, rappresentano una sfida per il sistema di potere che ha come vertice Mubarak da quasi tre decenni. L’attenzione del Cairo è poi puntata sulla liaison tra l’Hezbollah libanese e i Fratelli Musulmani, parte di una più ampia intesa che questi ultimi avrebbero stretto con l’Iran khomeinista, come dimostrerebbe la recente scoperta in territorio egiziano di una cellula del Partito di Allah libanese incaricata, per ammissione del suo stesso leader Hassan Nasrallah, di destabilizzare la presidenza di Mubarak per conto del regime di Teheran.
Una legittimazione della Fratellanza da parte americana dovrebbe essere guardata con circospezione anche in Europa, dove attraverso le sue molteplici ramificazioni questa esercita una considerevole influenza su moschee, centri culturali e organizzazione islamiche. Obama, tuttavia, ha già dato numerosi segnali di un declassamento dell’Europa nella considerazione della sua amministrazione. Le criticità che le politiche degli Stati Uniti verso l’islam potrebbero generare per gli europei non sembrano rientrare tra le sue preoccupazioni. Questo vale per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e allo stesso modo per la ricerca di una qualche intesa con i Fratelli Musulmani. A determinare ciò non è stato semplicemente il ridimensionamento della centralità geopolitica dell’Europa, quanto piuttosto il crollo, trasversale rispetto agli schieramenti politici, della fiducia americana nei confronti degli alleati europei. Il problema dell’equa condivisione degli oneri e dei rischi relativi al mantenimento della sicurezza euro-atlantica esiste dai tempi della guerra fredda, ma la pazienza degli Stati Uniti oggi pare essersi esaurita, alla luce dello scarso contributo europeo nella guerra al terrorismo; soprattutto da paesi come la Francia e la Germania, Washington si attendeva molto di più.
Con Bush la delusione si era manifestata apertamente, con toni critici, anche ruvidi, e una tendenza a fare necessariamente da sé, bollata come “unilateralismo”. Con Obama si è verificato un cambiamento di tono e d’immagine, utile a marcare le distanze con il suo contestato predecessore e a recuperare il consenso dell’opinione pubblica europea, ma la sostanza resta la stessa, anzi la diffidenza americana sembra persino essere cresciuta, visto, ad esempio, il persistente rifiuto europeo di incrementare l’impegno militare in Afghanistan nel quadro della NATO. Sintomatico, per la sua irrilevanza, è stato il breve passaggio di Obama in Francia e Germania lasciato Il Cairo. La visita al campo di concentramento di Buchenwald ha avuto un valore simbolico a sé stante, tutt’al più diretto all’attenzione di Israele (come vedremo in seguito), e la partecipazione alla commemorazione dello sbarco in Normandia è stata una mera incombenza cerimoniale. Né con Sarkozy, né con la Merkel, il presidente americano ha mostrato particolare sintonia o di aver stabilito un autentico sodalizio politico tra leader alleati. Atteggiamento di distacco anche con l’Italia e il suo primo ministro Berlusconi, la cui visita a Washington del 15 giugno è stata preparata con notevole difficoltà dalla diplomazia italiana. E’ forse un modo questo per indurre gli europei a maggiori responsabilità, mentre gli Stati Uniti pensano comunque a rimodulare il proprio sistema di alleanze. Se gli europei sono chiamati a riaccreditarsi presso gli Stati Uniti, le dichiarazioni ufficiali di totale aderenza alla politica estera di Obama non basteranno, o quanto meno ad esse dovranno seguire fatti concreti.
Al Cairo, la captatio benevolentiae verso il mondo arabo-musulmano del presidente americano è proseguita con il conflitto arabo-israeliano e la questione palestinese. Duro è stato infatti il monito contro la costruzione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania («gli Stati Uniti non accettano la legittimità di continui insediamenti israeliani […] E’ tempo di fermare questi insediamenti»), unito a una manifestazione di grande solidarietà per la situazione dei palestinesi, definita «intollerabile», sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania («la costante crisi umanitaria a Gaza non serve alla sicurezza di Israele; come neppure la costante mancanza di opportunità nel West Bank»). Duro è stato anche il richiamo all’attuale governo israeliano affinché riconosca espressamente il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato nazionale, paradigma su cui viene impostata qualsivoglia iniziativa americana ed europea per la risoluzione del conflitto, messo però in discussione dal premier Netanyahu e dal ministro degli Esteri Lieberman. A uscire rafforzata è la piena consonanza tra Stati Uniti e Autorità Nazionale Palestinese (ANP), già emersa dalla visita del presidente Abu Mazen alla Casa Bianca del 28 maggio, mentre è tensione tra Israele e la nuova amministrazione americana.
Sulla questione degli insediamenti e sulla formula “due popoli, due Stati”, la linea di Obama non si discosta da quella tracciata da Bush con la Road Map. Ciò che è cambiato, è ancora una volta la retorica presidenziale. Una delle principali accuse che vengono comunemente rivolte agli Stati Uniti riguarda la presunta sudditanza americana nei confronti di Israele. Così, Obama, ponendo grande enfasi sulle sofferenze dei palestinesi e sui loro diritti, e ponendosi in antitesi con il nuovo governo israeliano, che non gode certo di buona stampa, punta a mutare la percezione generalmente diffusa sul rapporto tra Stati Uniti e Israele, e tra Stati Uniti e mondo arabo. In questo quadro, s’inseriscono l’enfasi sul rilancio dell’iniziativa di pace dell’Arabia Saudita e le parole significative che Obama ha rivolto ad Hamas. Il tentativo di dar vita a un nuovo governo di unità nazionale nel quadro dell’ANP è naufragato di fronte al non riconoscimento della leadership di Abu Mazen da parte dell’organizzazione islamista che mantiene saldamente il controllo della Striscia di Gaza, nonostante il recente intervento israeliano. La frattura inter-palestinese sembra sempre più difficile da ricomporre attraverso un accomodamento politico, ed è per scongiurare una nuova guerra civile, e soprattutto una possibile vittoria di Hamas contro Fatah, che Obama tende le mani anche alla costola dei Fratelli Musulmani nella Striscia di Gaza, con l’obiettivo di ricompattare il fronte palestinese e coinvolgerla nel processo di pace con Israele. Le condizioni per partecipare ai negoziati sono sempre le stesse (cessazione della violenza, riconoscimento degli accordi sottoscritti in precedenza da ANP e Israele, e riconoscimento dell’esistenza d’Israele), ma il presidente americano ha evitato accuratamente di pronunciare la parola terrorismo ed è parso quasi voler sposare moralmente la causa palestinese, affermando che «la resistenza per mezzo di violenza e uccisioni è sbagliata e non avrà successo». «Non è segno né di coraggio né di forza lanciare missili contro bambini che dormono […] o far esplodere una donna anziana sull’autobus», dice Obama rivolgendosi indirettamente ad Hamas; «quello non è il modo attraverso cui l’autorità morale può essere rivendicata; quello è il modo con cui ci si arrende». Un esempio storico che i palestinesi possono prendere come riferimento è quello dei neri negli Stati Uniti: non è stata infatti la violenza a consentirgli di conquistare «pieni e uguali diritti. E’ stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali che sono al centro del fondazione dell’America».
Non è quindi azzardato considerare quello di Obama un effettivo sbilanciamento a favore dei palestinesi, quanto meno dal punto di vista psicologico ed emotivo. I legami storici e culturali con Israele restano indistruttibili («unbreakable»), rassicura il presidente americano, l’aspirazione degli ebrei ad avere una madrepatria «non può essere negata» ed è forte e coraggioso il suo messaggio contro l’antisemitismo e il negazionismo dell’olocausto, ancor più perché lanciato dalla capitale di un Paese arabo e rivolto in maniera implicita ma inequivocabile al presidente iraniano Ahmadinejad. D’altro canto, nessun richiamo è giunto dalla Casa Bianca a Ramallah, quando Abu Mazen si è categoricamente rifiutato di riconoscere la natura ebraica dello stato d’Israele, opponendo il diritto dei profughi palestinesi al ritorno nei loro luoghi d’origine; un rifiuto, quello del presidente dell’ANP, equivalente di fatto al non riconoscimento del diritto all’esistenza d’Israele, che fa da contraltare al non riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato nazionale. In realtà, Netanyahu, nel suo discorso del 14 giugno al Begin-Sadat Center dell’università israeliana di Bar-Ilan, rispondendo alle sollecitazioni di Obama e degli europei, ha sciolto ogni riserva sull’accettazione della nascita di uno stato nazionale palestinese da parte del suo governo, subordinandola però a due condizioni: la demilitarizzazione della futura Palestina (un modo per spingere la comunità internazionale a farsi seriamente carico del disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate palestinesi) e l’accettazione da parte palestinese, in nome della reciprocità, dell’esistenza di uno stato nazionale ebraico, cosa che non è avvenuta.
Ad essere fonte di preoccupazione per Israele è pure la strategia di Obama nei confronti dell’Iran, preoccupazione condivisa con l’Egitto. Il presidente americano punta a un gran bargain che risolva le numerose questioni pendenti tra Stati Uniti e Iran, ferma restando l’assoluta contrarietà americana a un Iran dotato di armamenti nucleari. Sull’argomento non ci saranno cedimenti, come Obama ha ribadito al Cairo: «Non riguarda semplicemente gli interessi americani. Ma si tratta di prevenire una corsa alle armi nucleari in Medio Oriente che può portare questa regione e il mondo su una strada enormemente pericolosa». Ciò, tuttavia, non sembra sufficiente a rassicurare Netanyahu e Mubarak. Entrambi avrebbero preferito toni più duri verso il regime khomeinista, di cui temono in primo luogo la politica estera aggressiva che potrebbe diventare incontenibile se Teheran dovesse entrare nel club delle potenze nucleari (anche solo con una capacità non dichiarata). Lo sforzo negoziale che Washington, stavolta direttamente e senza precondizioni, intende mettere in atto sul dossier nucleare non dà alcuna garanzia di riuscita, mentre in caso di fallimento c’è incertezza sulle intenzioni dell’amministrazione americana: Obama ha minacciato sanzioni più dure, mirate anche il settore energetico; ma se ciò non dovesse bastare, la Casa Bianca avallerà il ricorso all’opzione militare? Inoltre, da un ipotetico grand bargain tra Stati Uniti e Iran, Israele ed Egitto potrebbero uscire fortemente ridimensionate se non danneggiate nei loro interessi di sicurezza. In ogni caso, le linee d’azione che Obama intende seguire sono già state delineate, come confermato dalla cautela con cui il presidente americano, nei giorni delle proteste seguite alle contestate elezioni presidenziali del 12 giugno in Iran, ha evitato di delegittimare quello che spera sarà il suo prossimo interlocutore al tavolo delle trattative: il regime del presidente Ahmadinejad.
(da www.loccidentale.it)
