Un mercato del lavoro per i giovani? Senza i vincoli dell'Articolo 18

di Antonio Mambrino

Grazie all’impertinenza di Renato Brunetta ed alla lucidità di Pietro Ichino il tema della riforma del mercato del lavoro è tornato nel dibattito politico. Dopo mesi passati sulla difensiva a cercare di contrastare le ricadute sociali della crisi economica internazionale, cercando anche qualche improbabile uscita auto-consolatoria sulla bontà del nostro sistema di welfare (il migliore del mondo!), oggi si torna finalmente a discutere del tema. Un tema che è decisivo per le sorti del Paese, per sapere in che modo e con quale velocità l’Italia riuscirà ad uscire dalla crisi e ad agganciare la ripresa economica internazionale.

La questione del “precariato” è stata per lo più agitata dalla cultura della sinistra sindacale come arma di attacco all’economia di mercato e come strumento di rivendicazione di maggiori tutele legali e rigidità contrattuali. Ma è sinora mancata una lucida analisi del fenomeno e delle possibili strategie di risposta.

La moltiplicazione delle forma contrattuali dei rapporti di lavoro è fenomeno complesso che si registra in tutte le economia contemporanee. Con la rivoluzione tecnologica e con la globalizzazione dei sistemi economici è entrato definitivamente in crisi il modello dell’impresa fordista, modello che fra l’altro si basava sulla centralità assoluta del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Da questo punto di vista la diversificazione dei rapporti di lavoro e la prepotente emersione di lavori (e lavoratori) atipici è un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti di tipo luddistico (il luddismo fu quel movimento che, per salvare il tradizionale lavoro manuale, si proponeva di distruggere le macchine introdotte con la rivoluzione industriale).

Ma se questo è vero occorre riconoscere che esiste una variabile tutta italiana del fenomeno che è collegata appunto alle rigidità del nostro mercato del lavoro. Mentre in via generale i rapporti di lavoro atipici dovrebbero riguardare unicamente le situazioni in cui è atipica anche l’offerta di lavoro, in Italia il ricorso al lavoro atipico è stata anche la strada attraverso la quale le imprese hanno assunto nuovo personale senza cadere nelle forche caudine dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E’ inutile girarci intorno, il nodo della questione è proprio l’articolo 18. Non è del resto un caso che il libro bianco sul lavoro curato da Marco Biagi, contestualmente all’introduzione delle norme sulla flessibilità dei contratti di lavoro, proponeva proprio il superamento della tutela reale del posto di lavoro prevista dall’articolo 18 con un moderno modello di tutela di tipo risarcitorio, come quello previsto negli altri paesi europei. 

In questa prospettiva l’unica strada per affrontare il problema del “precariato” e per ridare piena dignità al lavoro delle giovani generazioni è creare le condizioni per cui le imprese facciano ricorso a forme contrattuali flessibili esclusivamente nei casi in cui l’esigenza di lavoro sia effettivamente flessibile. Per tutti gli altri casi le imprese devono essere incentivate ad assumere i lavoratori a tempo indeterminato. O quanto meno non devono essere incentivate a fare il contrario. Il problema non è quello di ostacolare i licenziamenti ma quello di spingere le imprese ad assumere. Il problema non è tutelare il posto fisso ma tutelare e promuovere il lavoro!

E naturalmente una riforma del genere dovrebbe anche essere accompagnata dalla revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali, il quale – nonostante gli encomiabili sforzi fatti dal Governo nel pieno della crisi – rimane ancora oggi frammentato e discriminatorio, poiché esclude del tutto dal regime di tutela alcune categorie di lavoratori. L’introduzione di una indennità temporanea di disoccupazione che prenda il posto di istituti quali la cassa integrazione o la mobilità rappresenta un obiettivo strategico che, oltre ad essere più giusto, avrebbe fra l’altro il vantaggio di aprire il mercato del lavoro, disintermediandolo dalla negoziazione fra governo, sindacati e associazioni di categoria che produce solo effetti distorsivi della concorrenza e rendite di posizione.

E’ comprensibile che il Presidente Berlusconi sia ancora scioccato dal fallito tentativo del 2002 di riformare l’articolo 18. La questione però è tutta ancora li e sarebbe grave non affrontarla proprio adesso quando si scorgono i primi segnali di uscita dalla crisi che le imprese dovrebbero poter sfruttare assumendo nuovo personale senza i vincoli di una legislazione in materia di lavoro divenuta ormai obsoleta. 

 

l'Occidentale
10 Febbraio 2010

Commenti

Troppi luoghi comuni

Caro Mambrino, lei scrive: "occorre riconoscere che esiste una variabile tutta italiana del fenomeno che è collegata appunto alle rigidità del nostro mercato del lavoro". E' ora di piantarla con il mito della rigidità del mercato del lavoro italiano. Quest'ultimo è tra i più flessibili d'Europa, per ragioni strutturali e giuridiche. Strutturali perchè il 70% e più della forza lavoro opera in piccole imprese dove non vi è alcuna tutela di enrata e di uscita. TAnto è vero che il tasso di mobilità della forza lavoro italiano è tra i più alti in Europa e simile a quello Usa (cfr. Contini). Siamo l'unico paese dove esiste il rapporto di parasubordinazione. Metà delle imprese hanno una dimensione media di 2,7 addetti (dati Istat, 2009). L'art. 18 protegge contro il licenziamento discrezionale non più del 30% della forza lavoro. Esistono 43 tipologie conrattuali di lavoro, che si cannibalizzano fra loro. E si potrebbe continuare...... Lei scrive: "n questa prospettiva l’unica strada per affrontare il problema del “precariato” e per ridare piena dignità al lavoro delle giovani generazioni è creare le condizioni per cui le imprese facciano ricorso a forme contrattuali flessibili esclusivamente nei casi in cui l’esigenza di lavoro sia effettivamente flessibile". Ma lei ci crede veramente? Come fa a controllare l'abuso (diventato oggi norma) del ricorso al lavoro precario, in una struttura imprenditoriale, caratterizzata ancora da una base familiare (altro che rivoluzione manageriale degli anni '30!), sopportata da meccanismi bigotti, nazionalisti, corporativi, stato assistita (vedi Fiat, vedi Mediaset), ecc. Se si vuole andare inconro ai bisogni del precariato, occorre invertire ciò che finora è stato fatto sia da Ichino che da Brunetta: prima sicurezza sociale (la vera emergenza di questo maese) e poi, al limite, flessibilità. Invece di flex-secutity, secur-flexibility. E per far ciò, è necesario operare lungo due direttrici: garanzia di continuità di reddito a prescindere dal lavoro (per il diritto alla scelta del lavoro) e garanzia di accesso ai servizi sociali e ai beni comuni (in primo luogo, mobilità, formazione, cultura e casa). L'esatto opposto di ciò che dice il ministro Sacconi, ancora orientato, come tutto il governo, a un welfare familistico, privatizzato (grazie alla sussidiarietà) caratterizzato da tagli e controlli (il tutto avantaggio dell'evasione fiscale). Occorrerebbe poi introdurre un livello salariale minimo, che vari a seconda del tipo di prestazione svolta e della condizione giuridica del lavoratore. Su una cosa sono d'accordo con lei. Come diciamo da anni, la precarietà è una condizione esistenziale, generalizzata e strutturale. Se così stanno le cose, non si può arginarla. Le consiglio di paragonarla alle migrazioni di forza lavoro straniera, altrettanto strutturali e non arginabili, se si utilizzano leggi come la BOssi-Fini, che, non solo fa dipendere i diritti di cittadinanza dalla condizione lavorativa (come ai tempi precedenti la rivoluzione francese), ma soprattutto (ed è questo il vero scopo) costringe la forza migrante ad essere in balia dello sfruttamento nostrano. Andrea Fumagalli
p