Il libro analizza lo sviluppo dell'economia italiana dal Risorgimento a oggi, nel quadro degli indirizzi dei governi che si sono succeduti e si focalizza sulle macro variabili del Pil assoluto e pro capite, del tasso di inflazione, delle entrate e spese, del deficit e del debito pubblico in rapporto al Pil. Prende in esame l'evoluzione dell'Italia da paese agricolo a industriale e le vicende dell'intervento pubblico. Le tre epoche di miracolo economico – fra il 1900 e il 1914 e negli anni '50 e '60 – hanno avuto un'economia competitiva con moderati interventi.
Le epoche di dirigismo e consociativismo che le hanno inframmezzate, fino agli anni '70, hanno generato più Stato e più debito e vincoli all'economia che ne hanno ridotto la crescita. Il faticoso risanamento negli anni '80 e '90 ha consentito un ritorno incompleto al mercato, ma le privatizzazioni hanno ridotto il ruolo della grande impresa. Il recupero successivo è stato interrotto dalla crisi mondiale. Ma non c'è declino, bensì metamorfosi.
Recensione, di Edoardo Ferrazzani
In tempi di doppia recessione, di crisi del debito sovrano italiano - e più in generale europeo -, di governi tecnici al potere che tassano a più non posso senza tagliare la spesa pubblica (quella effettivamente tagliabile a legislazione invariata, purtroppo minima parte), il cittadino italiano cum grano salis può essere incline a porsi due domande cruciali. La prima: “Come abbiamo fatto a metterci in questo pasticcio?”. La seconda, più cogente: “Come ne usciamo?”.
Ammesso che si possa dare risposta a queste domande, il nostro “saggio” cittadino dovrà prima di tutto accettare i guai del proprio paese, che sono principalmente tre: l’Italia cresce poco; essa è governata da uno Stato terribilmente indebitato; la sua società che non fa abbastanza figli e invecchia. I tre fenomeni in questione – bassa crescita, debito pubblico e invecchiamento demografico – non sono eventi spontanei, parte per così dire di una fenomenologia estranea alla politica.
Tutt’altro: essi nel bene e nel male, muovono da scelte politiche precise fatte in determinati periodi della storia patria le quali, degenerando, hanno condotto l’Italia dove si trova ora: a due passi dal non sapere dove trovare i soldi per gli stipendi della Pubblica Amministrazione e con una pressione fiscale ben oltre il 44% (e che talvolta supera de facto il 50%).
Per scegliere le guste politiche per risolvere i nostri guai, e per darsi una buona analisi di partenza, diventa necessario, se non indispensabile, individuare i tempi, le forze partitiche, lo “spirito del tempo” che in passato hanno innescato le tre piaghe da cui è afflitta l'Italia.
L’ultimo sforzo letterario dell’ex-ministro delle finanze, Francesco Forte, “L’economia italiana dal risorgimento a oggi, 1861-2001” (Cantagalli ed., 2011) è in questo senso più di un utile strumento per coloro i quali vogliano capire come ci si sia cacciati nel “great mess”, il grande guaio.
Un saggio sulla storia politica-economica italiana, quello di Forte, dal quale emerge distintamente un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi – perché terribilmente attuale - e sul quale l’ex-ministro socialista mette giustamente l’accento: l’Italia ha sempre avuto dei problemi di finanza pubblica, e in particolare, con la gestione del debito pubblico. “Il debito pubblico – ricorda Forte nel suo saggio - ha storicamente costituito un grosso problema per l’Italia, sin dall’epoca della creazione del Regno”.
Nel suo gustoso saggio, di facile lettura e pieno d’appassionanti tabelle sul debito pubblico, la crescita economica e sullo sviluppo demografico italiano, “spacca” il 1900 a metà, dividendo la narrazione in due parti, incidendo la divisione nel passaggio tra l’economia del Regno d’Italia e quella della Repubblica italiana.
Di fatto, appena nato, il Regno d’Italia aveva già un debito pubblico pari al 32% del suo Pil che in soli dieci anni, alla presa di Roma, aveva già raggiunto la cifra record del 78%. Nonostante qualche tentativo di risanamento delle finanze pubbliche – dagli esiti poco gloriosi – il debito pubblico è continuato a crescere considerevolmente durante tutta la seconda metà del XIX sec. Forte ricorda che già “nel 1900 il rapporto debito/Pil del Regno d’Italia è già al 94%.
Esistono tre fasi di risanamento che corrispondono a tre cicli economici molto favorevoli che l’Italia ha vissuto. Il primo è certamente il decennio politico dominato da Giovanni Giolitti. “Il periodo giolittiano, bollato dalla sinistra massimalista come un periodo di malgoverno, fu un periodo di restaurazione finanziaria, oltre che di progresso economico e sociale”.
Di fatto Giolitti non solo guidò il Regno nel primo vero miracolo economico industriale dell’Italia, ma risanò i conti pubblici, portando l’Italia nel 1913 ad avere un debito pubblico rispetto al Pil del 67%. Una riduzione in poco meno di un quindicennio del 27%. Non fece in tempo a rimettere i conti a posto, che l’Italia, come il resto d’Europa e del mondo da essa controllata, vengono trascinati nella Prima Guerra Mondiale, la quale com’è intuibile fa esplodere la spesa pubblica italiana e il suo debito.
Nel 1920 l’Italia porta sulle spalle un debito che pesa per il 148% del suo Pil. C’è poi l’ascesa de fascismo, e le politiche di risanamento fasciste – già nel 1925 grazie all’operato del ministro delle finanze fascista De Stefani, il debito era di nuovo sceso al 95% del Pil – che però non riuscirono a far venir meno una pratica fallace di finanza pubblica.
Ricorda Francesco Forte: “Nel frattempo si era determinata una deformazione del sistema di finanziamento del debito pubblico, a cui De Stefani non cercò di porre un vero rimedio, ma che, tutto sommato, consolidò: quella di fare ricorso permanente e sistematico al debito a breve termine”.
Il saggio di Forte prende, pur essendo un libro di pura storia economica, e trascina il lettore in una lesta e attenta promenade storica tra i vari passaggi che segnano il secolo della nazione italiana: l’economia di mercato del miracolo industriale nel quindicennio 1900-1915; il dirigismo neomercantilista fascista del ventennio 1925-45; il miracolo economico in regime di democrazia e libero mercato della ricostruzione tra il 1946 e il 1962.
C’è poi il decennio del centro sinistra, con crescita con variazioni reali del Pil, comunque sempre sopra il 4,5% (salvo nel biennio1964-65) durante i quali però germoglia l’eseziale pianta del ricorso al debito. Nel periodo1963-72, il debito pubblico esplose, passando dal 26% al 47%.
L’anomalia italiana si consuma proprio nel passaggio dagli anni ’60 ai ’70 del secolo scorso. Sul finire della stagione del centrosinistra, l’Italia avrebbe avuto molto bisogno di un governo che avesse tentato di mettere un freno alla spesa pubblica e al ricorso all’indebitamento.
Macché! Dopo la stagione del centrosinistra fu la volta della più nefasta fase politica italiana: quella che gli storici chiamano “consociativismo”, là ove tutto degenerò. L'introduzione di un sistema pensionistico a ripartizione, l’imbrigliamento del mercato del lavoro, l’introduzione delle regioni a statuto ordinario come previsto dalla Costituzione, la riforma fiscale, la scala mobile, finanche la possibilità di finanziare il deficit con debito. Epifanie di un sistema politico irresponsabile sul piano della spesa e illetterato sul piano economico.
Ultima nota: il libro di Forte è interessante soprattutto perché accanto ai tradizionali indicatori economici, variazione reali del Pil, deficit e debito pubblico, si occupa anche di demografia. Senza voler quì riportare le tavole presenti sul saggio in questione, si dirà solo che nel ventennio 1981 - 2001, la popolazione italiana è rimasta 'costretta' entro il 57simo milione di abitanti. Tanto per dare la misura della questione, nel decennio 1963-73 la popolazione italiana passò dai 51 milioni di abitanti ai 55 milioni.
Un buon indicatore che una società che non fa figli è certamente un società spacciata. Il prof. Forte non arriva a parlare di questo, nè affronta i nodi relativi all'introduzione dell'istituto del divorzio e della legalizzazione dell'interruzione di gravidanza. D'altronde, il saggio di cui parliamo è un testo che si occupa di finanza pubblica e crescita economica. I dati riportati parlano comunque da soli.
