Fino ad ora la politica estera di Obama è stata solo virtuale

di Charles Krauthammer

Nel mondo reale, opposto a quello che il presidente Nicolas Sarkozy chiama il “mondo virtuale” del presidente Barack Obama, l’America si trova a fronteggiare la realtà dell’intransigenza e dell’aggressività iraniana; la decisione con cui la Cina persegue i propri interessi, nazionali, locali e globali; l’ambizione della Russia nel tornare a controllare i suoi vicini; il rifiuto dei paesi arabi di accettare ogni ragionevole accomodamento dei tanti che i vari governi di Israele abbiano proposto; le mire siriane sul Libano; e i progetti di Hugo Chavez sui paesi più poveri dell’America latina. Il graduale ritiro dell’America contemplato dall’agenda estera di Obama avrà inesorabili conseguenze: quando gli ormai ex alleati vedranno l’ombrello americano ritirarsi, dovranno venire a patti con coloro dai quali li stavamo difendendo. Se Obama continuerà e negare l’evidenza, il venir meno delle alleanze e il rafforzamento degli avversari a Mosca, Pechino, Teheran, Caracas e altrove continuerà, fino a quando non verremo svegliati da un cataclisma.

Forse avrei dovuto sottolineare il mio saggio “Come avete celebrato il primo anniversario del secondo avvento?”, un’eventualità che per secoli ha confuso i teologi. Sei mesi fa, quando stavo pensando a cosa scrivere, il presidente Obama si trovava a metà della sua traiettoria – traiettoria discendente – da divinità a comune mortale. Ma adesso che siamo giunti all’ultimo giorno del suo primo anno, anzi al momento preciso in cui la magia è svanita e il suo carisma si è raffreddato, in cui il Massachusetts – il più blu dei blu (dal 1984, la CBS introdusse mappe politiche che colorano in rosso gli stati a controllo repubblicano, in blu quelli a controllo democratico; il modello è stato adottato praticamente da tutti, ndt) – sta addirittura pensando di eleggere un repubblicano semisconosciuto al seggio senatoriale tradizionalmente riservato alla famiglia Kennedy e ai suoi funzionari (cosa effettivamente avvenuta, ndt), in cui la popolarità di Obama è scesa al 46 per cento, e in cui il suo rateo di disapprovazione è il più alto di sempre ad appena un anno dall’elezione, non c’è più alcun bisogno da parte mia di descrivere e spiegare una così clamorosa caduta.

Così, invece di parlare di dove la sua agenda di politica interna lo ha portato, propongo di parlare di dove la sua agenda di politica estera ha portato tutti noi. Dopo un anno di ininterrotte critiche da destra, la politica estera di Obama ha assunto un nuovo look, ricevendo una pioggia di commenti favorevoli, dopo il suo discorso di accettazione del Nobel, a Oslo, in cui il presidente ha riconosciuto l’esistenza del male, l’importanza dell’America nel mantenere la pace, la necessità, a volte, di ricorrere alla guerra. Ciò ha portato ad alcuni discorsi entusiastici circa una nuova dottrina obamiana variamente descritta come una sorta di realismo cristiano, o di tragico Niebhurismo (teologo americano sostenitore dell’idea secondo cui la politica e la diplomazia devono ispirarsi alla fede cristiana, ndt), o un misto di realismo e idealismo. Mi dispiace far piovere su questa parata, ma trovo difficile unirmi all’entusiasmo generale. E’ bene avere un presidente che dice pubblicamente che Gandhi non avrebbe fatto molto bene contro Hitler, ma può essere questo un grande passo avanti filosofico? Per un presidente degli Stati Uniti? E’ il tipo di discorso che faresti con i tuoi compagni matricole il primo anno d’università in camerata, prima di metterti a dormire.

Il pacifismo è una cosa seria per un ingenuo adolescente, o per qualche setta eccentrica la quale però, occorre osservare, esiste perché vive accanto a persone non eccentriche che rigettano il pacifismo e lottano per mantenere quelle piccole sette vive, e libere. E’ vero, Obama ha offerto una difesa della guerra. Ma ha annunciato il dislocamento di atri 30 mila militari in Afghanistan – una guerra ereditata che lui stesso ha definito “interesse nazionale vitale” – arrivando a questa decisione soltanto dopo tre mesi, durante i quali ha ingaggiato un’aspra lotta con il vicepresidente e con la propria coscienza prima di risolversi a dare ai suoi generali forze adeguate. Cos’altro può fare il leader di una nazione seria, che difendere la necessità della guerra? Come può fare altrimenti un uomo che si è candidato alla carica di comandante supremo? Quale leader di una nazione seria ha mai sollevato il pacifismo al rango di questione di politica estera? In effetti, il semplice fatto che il riconoscimento del male e il rifiuto del pacifismo da parte di un presidente ci colpisca come qualcosa di nuovo e sorprendente, ci dice molto, e niente di buono, sulle basi dalle quali il presidente opera: un confuso internazionalismo. E’ questo quello che ha ispirato Obama nel suo primo anno alla Casa Bianca. E ricordate. Dopo la sua breve incursione nell’ovvio – in cui ha difeso la necessità della guerra, e riaffermato il ruolo dell’America nel proteggere l’ordine mondiale – Obama si è sentito in dovere di spendere la seconda parte del suo discorso ritornando ai discorsi internazionalisti liberal che gli sono valsi quel fatuo premio da quella esageratamente elegante, ma poco preparata giuria.

Un’entità fantasiosa. E quali sono le sue linee guida? Quale l’essenza della sua politica estera?
Ci sono molti posti dove può essere trovata – il discorso del Cairo, le altre tappe del tour delle scuse – ma questa essenza è stata espressa con estrema sintesi nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni unite, dal quale affiorò il suo modo di vedere ciò che muove il panorama internazionale: “In un’era in cui il nostro destino è in comune, il potere non è più un gioco a somma zero. Nessuna nazione può o deve tentare di dominarne un’altra. Nessun ordine mondiale che ponga una nazione o un gruppo di nazioni sopra un altro, può avere successo”. E “allineamenti nazionali che affondano le radici nelle vestigia di una guerra fredda terminata da lungo tempo” non hanno senso “in un mondo interconnesso”.

Da dove si può iniziare? Dalla frase secondo cui il potere non è più un gioco a somma zero? Andatelo a dire a chi manifesta per le strade di Teheran. Andatelo a dire alle Tigri Tamil, o agli stati baltici da poco tornati liberi. Nessuna nazione dovrebbe tentare di dominarne un’altra? Magari, ma non si tratta di altro che di utopie da giovinetto. Il mondo è uno stato di natura hobbesiano in cui la lotta per la sopravvivenza è l’autentica essenza della vita internazionale. Nessuna nazione può dominarne un’altra? Semplice non-sense. Come può un uomo di tale intelligenza – per di più presidente degli Stati Uniti – anche solo permettersi di dire una cosa del genere? Ma la frase più inquietante è quella in cui “le vestigia di una guerra fredda terminata da lungo tempo” vengono definite vecchie e senza senso. Quelle vestigia costituiscono l’attuale linea di demarcazione tra il mondo libero e quello non libero, tra democratici e comunisti, tra Occidente e un Impero del Male che ha soffocato la libertà in metà Europa e in un arcipelago di lontane colonie che va dal Vietnam a Cuba al Nicaragua.

Si tratta di una linea di demarcazione per nulla accidentale. Eppure, al posto di quelle cosiddette vestigia, Obama vuole portare in auge nel Ventunesimo secolo un mondo nuovo di intese universali per il quale gli Stati Uniti dovranno fungere da promotori, guaritori, interlocutori, esempio morale – che dovrà essere dato in primo luogo dall’uomo che sta al di sopra di tutto, “cittadino del mondo” come lui stesso si è definito a Berlino. In effetti, è stato a Berlino, in quell’indimenticabile e bizzarro scenario, che il candidato Obama ha offerto il quadro più chiaro di come egli veda il mondo, quando ha affermato che il muro di Berlino crollò perché “non c’è sfida più grande per il mondo, che essere unito”.

Unito? Sicuramente, il mondo era diviso almeno in due: quelli che per anni e anni tentavano instancabilmente di buttar giù quel muro e quelli che in quegli stessi anni fecero di tutto per farlo restare in piedi – cioè, quelli che lo eressero. Il muro è venuto giù non a causa di qualche kumbaya (celebre canto pacifista afroamericano, ndt) che esortava alla pace tra i popoli, ma perché gli Stati Uniti, agendo spesso unilateralmente, e certamente con solo pochi alleati, a un costo molto alto in due guerre assai calde (Corea e Vietnam) e una guerra fredda che minacciava costantemente la distruzione nucleare, persistette nel combattere senza tregua e contenere e quindi far crollare l’impero sovietico.
Solo qualcuno che ritiene che la Guerra Fredda venne vinta da una qualche manifestazione di umanità al servizio di qualche particolare principio universale può credere che quelle forze fantastiche posseggano la chiave della sicurezza e della pace oggi. Ma Obama lo crede. Al centro di questa fantasia internazionalista c’è la convinzione che una “comunità di nazioni” con le sue regole comuni sia l’approdo definitivo della storia.

Regole comuni? I talebani hanno una concezione del bene assai diversa dalla nostra. Così anche, per esempio, gli arabi del Sudan settentrionale dai cristiani e dagli animisti sudanesi del meridione del paese, tra i quali è in corso da molti anni una guerra civile. Per non dir nulla del Sud e del Nord di questo Paese (si intendono gli Usa, ndt) nel 1860. E anche se tutti hanno le stesse aspirazioni, non è detto che da ciò debba discenderne armonia: risorse, ricchezze, terra, potere non sono infiniti; la gente lotta per guadagnare quel che altri già hanno. Di nuovo, stiamo parlando di considerazioni elementari. Scontri sui valori e lotte per la supremazia sono una costante nella storia dell’umanità, che porta con sé un’altra costante – conflitti e guerre. Eppure, contro tutto ciò, al centro del mondo di Obama c’è quel che lui chiama instancabilmente la “comunità internazionale”. La chiama a “ergersi” contro la Corea del Nord; la chiama a limitare le ambizioni nucleari dell’Iran; la chiama a esaudire il suo sogno più grande, quello di un accordo universale sul disarmo atomico. Ed è a questa entità fantasiosa, per guadagnarne l’approvazione e il supporto, che Obama offre ostentazioni di virtù come chiudere Guantanamo e ripudiare gli interrogatori energici ai capi dei terroristi.

'La comunità internazionale è al centro della politica estera obamiana'. Sfortunatamente, si tratta di una fantasia. Non esiste nulla del genere. Paesi diversi hanno storie, geografie, necessità e interessi diversi. Non c’è alcuna naturale, inerente o duratura comunità internazionale. Quale comunità d’interessi c’è tra, poniamo, Stati Uniti, Iran, Zimbabwe e Birmania? La comunità internazionale è uno stato di natura hobbesiano senza alcuna norma universalmente accettata. L’anarchia è tenuta a freno non da qualche burocrazia sull’East River (un riferimento all’Onu, ndt), non da qualche vaga espressione dell’opinione mondiale, non da solenni promesse sancite da firme insincere, bensì dalla volontà e dalla forza delle grandi potenze e, cosa importante rispetto ai tempi in cui viviamo, dalla forza dell’unica superpotenza rimasta: gli Stati Uniti.

Un’analisi rivelatrice della politica estera obamiana, basata su indiscrezioni giunte dall’interno della Casa Bianca, spiega come l’approccio di Obama in questo campo debba molto alla sua esperienza come organizzatore di comunità, ossia di una figura che è tenuta ad ascoltare, comprendere, lavorare in cooperazione e perseguire scopi comuni. Tutto ciò è buono e giusto, ma un organizzatore di comunità di Chicago opera nella cornice e sotto la protezione di una elaboratissima, sicurissima, regolatissima e consensuale società nazionale nota come gli Stati Uniti d’America. Quel che tiene unita la società civile è un’autorità centrale suprema, la sacralità dei patti, la buona volontà, la civiltà e l’educazione degli individui che la compongono.

L’arena internazionale manca di tutte queste cose: quello che la trattiene dal lanciarsi in una guerra di tutti contro tutti non è un’autorità centrale, non la sicurezza fasulla dei trattati, non la buona volontà delle nazioni più civilizzate. La stabilità che abbiamo è dovuta alla soverchiante forza e alla minaccia del deterrente nucleare di cui dispone una superpotenza come gli Stati Uniti, che pongono la stabilità internazionale tra gli interessi nazionali. Sembriamo come congenitamente devoti a questa fantasia della “comunità internazionale”; stiamo profondendoci in riverenze verso le sue molte manifestazioni, in special modo le Nazioni unite e le sue varie parti come il Consiglio per i diritti umani o la  recentissima conferenza sul clima di Copenaghen, soggetti che dimostrano brillantemente la fatuità di tali strutture, e la mancanza di uno scopo comune, di un interesse comune, di un governo comune.

Eppure il fallimento di queste istituzioni universalistiche, e degli accordi sanciti da un pezzo di carta, sembra non lasciare memoria. Non abbiamo imparato nulla dal Patto Kellogg-Briand, tra i firmatari del quale vi erano anche Germania e Giappone, che aboliva la guerra per sempre, un’assurdità che valse il Premio Nobel 1929 al segretario di Stato Frank Kellogg? Vi ricorda qualcosa? Almeno Kellogg ebbe il riconoscimento in seguito a un trattato sì inutile, però firmato. Obama ha avuto il suo Nobel semplicemente per avere fantasticato di trattati inutili, il più inutile di tutti essendo quello su cui Obama sta insistendo da Praga, quello sul disarmo nucleare globale.

Quanto l’ingenuità universalista di Obama sia profonda può essere apprezzato dalla sua insistenza su questo tema assai poco serio, a favore del quale il presidente si è espresso con particolare enfasi in un’occasione – che Nicolas Sarkozy difficilmente dimenticherà – risalente al 24 settembre, ossia il giorno dopo il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni unite, quando ha ostentatamente presieduto il Consiglio di sicurezza, la prima volta che un presidente americano abbia fatto una cosa del genere. Obama già allora sapeva, notizia sconosciuta al mondo, che gli iraniani avevano costruito un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio nei pressi di Qom. Francia e Gran Bretagna lo avevano esortato a sfruttare quel momento per rivelarlo, in modo da stupire l’uditorio e il mondo e sfruttare l’effetto sorpresa per chiedere iniziative efficaci e immediate. Non solo Obama si rifiutò, ma Sarkozy venne forzato a eliminare dal suo discorso qualunque riferimento a Qom. Obama rivelò la notizia il giorno dopo, a Pittsburgh.

Perché non colse l’occasione? Perché, spiegarono dalla Casa Bianca, Obama non voleva che nulla, quel giorno, si mettesse di traverso al suo sogno di un mondo libero dal nucleare. Non voleva “annacquare” la sua determinazione per il disarmo “sviandola sull’Iran”. L’Iran come una diversione? E’ la principale questione di sicurezza al mondo. Una diversione dalla fantasia di un disarmo nucleare universale? Sarkozy, quel giorno, sedeva anche lui, con Obama, intorno al tavolo del Consiglio di sicurezza, e a stento riuscì a trattenersi. Fece un’osservazione che non passò inosservata: “Il presidente Obama ha anche detto ‘sogno un mondo senza armi nucleari’. Eppure, sotto i nostri occhi, due nazioni si stanno muovendo in tutt’altra direzione”. Sarkozy informò inoltre il presidente che “viviamo in un mondo reale, non virtuale”.

Un pernicioso internazionalismo. Queste critiche all’internazionalismo liberal non significano che rigettiamo tutti i trattati, o qualunque idea di comunità di nazioni. Naturalmente sono possibili accordi transnazionali tra nazioni di mentalità analoghe, che seguono le stesse regole e per le quali, di conseguenza, tali accordi sono autentici. Un trattato di commercio tra stati di diritto come Stati Uniti e Canada o i vari trattati nel quadro dell’Unione europea hanno forza quasi pari alle leggi nazionali (in realtà hanno forza maggiore, ndt), come anche il patto di difesa comune alla base della Nato.

Però trattati universali gioco forza includono tutti gli stati – democratici e tirannici, quelli che li rispettano e quelli che non li rispettano. Tali accordi non vengono sottoscritti dagli stati canaglia, che continuano a chiacchierare mentre inseguono i loro grandi disegni, rendendo i trattati non solo inutili, ma peggio che inutili. Ad esempio, presunte violazioni dei trattati di non proliferazione sono denunciate all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), una procedura che porta inevitabilmente con sé compiacimento (per non dir nulla dei tempi lunghissimi) perché dà l’idea del rispetto dei patti.

Questo tipo di accordi non sono quasi mai fatti rispettare. In effetti, l’unica volta nell’epoca attuale che si è fatto rispettare qualcosa – quando è stato rimosso il regime canaglia di Saddam Hussein, dopo anni di continue violazioni delle risoluzioni con cui il Consiglio di sicurezza chiedeva il disarmo – è stata seguita da un tale diluvio di critiche, da tutto il mondo, che Obama ha speso gran parte del suo primo anno scusandosene. Ciò non significa che non possano esistere comunità di nazioni. Margaret Thatcher e Ronald Reagan non erano privi di un senso di comunità internazionale, e quella tra i loro Paesi era una comunità di nazioni libere. Queste comunità sono reali. Hanno le loro regole, idee e politiche, e alcune, come la Nato, persino un apparato di sicurezza che le protegga. Il che rende l’internazionalismo di Obama particolarmente pernicioso perché, come lui ha detto alle Nazioni unite, la vera universalità implica denigrare quelle sotto-comunità come semplici “vestigia” risalenti a divisioni tanto arcaiche come quelle che caratterizzarono “un guerra fredda terminata da tempo”.

Lo ha detto in maniera alquanto diretta, in quel discorso all’Onu: “Nessun ordine mondiale che elevi una nazione o un gruppo di nazioni al di sopra di un altro potrà avere successo”. Non è che si riferisse alla Nato? Non è forse, la Nato, un gruppo di nazioni che rivendicano la propria esclusività e la propria intenzione di far rispettare le regole in cui credono? Cosa sono stati gli interventi di soccorso della Nato in Kosovo e in Bosnia, se non il suo elevarsi al di sopra di altre nazioni e altri popoli per dichiarare che il genocidio non sarebbe stato ammesso nei Balcani, e che la Nato avrebbe agito unilateralmente, anche senza l’assenso della “comunità internazionale” da esprimersi attraverso le Nazioni unite o il Consiglio di sicurezza?

L'omaggio all’internazionalismo e la denigrazione non solo del nazionalismo e della sovranità individuale, ma anche dei valori comuni e delle speciali relazioni che esistono nella comunità delle nazioni libere, comportano contraccolpi concreti sulla politica estera americana. Amici e nemici, alleati e avversari se ne sono già accorti. Se il nostro scopo principale è quello di guadagnarci il posto di onesti cittadini della comunità internazionale, dobbiamo abbandonare ogni manifestazione di arroganza, ogni atto di orgogliosa affermazione del nostro punto di vista, e cominciare a trattenere e limitare la nostra spesso irresponsabile potenza agendo come uno dei tanti. Per far ciò, dobbiamo fare due cose: primo, espiare le nostre colpe; secondo, comprendere e adattarci.

L’espiazione è stata effettuata senza risparmio nell’anno appena passato. Di seguito, tutti i “per” del tour delle scuse:

- per il ruolo del presidente Eisenhower nel colpo di stato in Iran del 1953
- per la prima volta in cui è stata impiegata la bomba atomica
- per il nostro razzismo e i maltrattamenti inflitti ai nativi dell’America
- per aver presuntamente disprezzato e non rispettato l’Europa non riconoscendole il suo ruolo - guida nel mondo (può essere perché ha vissuto per 60 anni come un parassita sotto la protezione dell’America?)
- più di tutto, dobbiamo scusarci per mostrare un rispetto e una comprensione non adeguati verso il mondo musulmano.

Tutto ciò dal leader di una nazione che ha condotto cinque campagne militari negli ultimi vent’anni per difendere popolazioni musulmane indifese e liberarle dai loro oppressori. In Bosnia, Kosovo, Kuwait, Afghanistan, e poi l’Iraq di Saddam. Poi, dopo l’espiazione – la catarsi della confessione – arriva la riconciliazione, la mano tesa verso il pugno chiuso.

Adesso abbiamo alle spalle un anno di tutto ciò. Quel che è chiaro è che quella riconciliazione, resettare le relazioni, ripartire da zero con gli avversari, ha le sue conseguenze. Perché? Perché quei conflitti non vengono dal nulla. Non erano un capriccio. Hanno le loro radici in uno scontro di valori e di interessi, che vede coinvolti i nostri alleati. E’ per questo che riavviare il mondo – premere il bottone di reset in tutto il mondo – ha conseguenze, anche e soprattutto sui nostri alleati.

Resettare le relazioni con la Russia e ritirarsi sul tema della difesa antimissile significa tradire la Repubblica Ceca e la Polonia, che si sono assunte dei rischi nell’unirsi a noi in questa impresa difensiva. Significa lasciarle ancora una volta a meditare sull’affidabilità dell’America e sulla loro indipendenza nell’era post-guerra fredda, e sull’eventualità che stiano tornando in quel limbo in cui la loro sovranità nazionale è limitata dai diktat di Mosca.

Di qui il piegarsi di Obama nella sua quattro giorni in Cina – dopo essersi rifiutato di incontrare il Dalai Lama e senza neanche un gesto in favore dei diritti umani – e il suo insistere in una gratuita promozione di quel paese al rango di superpotenza. A un certo punto della sua visita Obama ha persino ventilato un interesse cinese alla stabilità del subcontinente indiano, parole accolte con viva irritazione in India e che si inquadrano in un disegno più ampio di liquidare quel paese, rivale della Cina in quella regione e nostro alleato naturale per avere con noi in comune lingua, tradizioni, democrazia, e un comune nemico: il radicalismo islamico.

Gli indiani hanno dovuto accontentarsi del premio di consolazione costituito da un pranzo ufficiale alla Casa Bianca, che ha visto una partecipazione così scarsa che quasi mancavano anche i Sahalis (nel senso di “imbucati”, in riferimento al recente episodio, ripreso dai media, in cui una coppia ha partecipato, non invitata, a un ricevimento alla Casa Bianca – ndt). Altre conseguenze? La continua pressione su Israele sulla questione, che non sussiste, degli insediamenti, in modo da provocare una costante sovraesposizione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele allo scopo di guadagnarsi il favore dei palestinesi e quindi degli stati arabi più ostili.

Di qui, ancora, la commedia degli errori in Honduras, in cui un riflessivo Obama ha finito per appoggiare un alleato di Hugo Chavez mentre si opponeva alle iniziative di quasi tutte le istituzioni democratiche del paese, che avevano agito per rimuovere l’aspirante dittatore in base all’articolo 239 della costituzione honduregna. Di qui la dimostrazione di fedeltà alla Siria, ostracizzata dal governo britannico per il suo ruolo nell’omicidio Hariri, che ora si gode il riavvicinamento dell’amministrazione Obama, la quale sta offrendo riconciliazione e il ritorno dell’ambasciatore Usa. I libanesi indipendentisti e filo-occidentali sanno capire dove tira il vento: ecco allora la stupefacente visita del primo ministro libanese Saad Hariri a Damasco per inchinarsi al presidente Assad, l’uomo che lui ben sa essere dietro la morte di suo padre, ma che adesso rappresenta la potenza regionale in ascesa dato il “reset” obamiano nei riguardi del sovrano siriano.

Adattarsi ai nemici non è un pasto gratis; ha i suoi costi.

Infine, il pièce de résistance della sua politica di costosi adattamenti: l’Iran, del cui regime settario e clericale Obama ha abbondantemente riconosciuto la legittimità, insistendo col mantenervi buone relazioni, mostrandosi però lento se non muto nell’appoggiare la gente scesa in piazza per chiedere democrazia. Il problema principale di questa politica estera – una macchia sulle tradizioni americane di difesa delle forze democratiche – non è semplicemente la sua ingenuità; la cosa peggiore è che ha fallito. Abbiamo scelto la Russia invece dell’Europa dell’est, e cosa abbiamo ottenuto? Cooperazione sulla questione Iran? Niente. E dalla Cina? In effetti, abbiamo avuto dichiarazioni esplicite che si opporrà a eventuali sanzioni. Cosa abbiamo avuto dalle nostre pressioni su Israele? Il crollo completo dei negoziati. Per 16 anni, i palestinesi hanno negoziato con Israele senza alcun congelamento degli insediamenti – fino a quando è sopraggiunto Obama a cambiare il mondo. Gli arabi adesso rifiutano di negoziare, preferendo restarsene da parte e lasciare che siano gli Stati Uniti a estorcere concessioni unilaterali da Israele.

Il mondo virtuale di Obama. Questo è solo l’inizio. In un anno soltanto, abbiamo appena iniziato a vedere i frutti dell’internazionalismo obamiano. Ma i segni sono incontrovertibili. Se questa politica dovesse protrarsi per altri tre anni, o addirittura per altri sette, avrebbe profonde conseguenze in tutto il mondo. Darebbe luogo a una graduale ritirata dell’America – con la sola eventuale eccezione dell’Afghanistan, sebbene Obama abbia insistito sul fatto che entro 18 mesi inizierà il ritiro anche da lì – e avrebbe inesorabili conseguenze, facilmente prevedibili: quando i nostri ormai ex alleati vedrebbero andarsene l’ombrello americano, non resterebbe loro che adattarsi a quei paesi dai quali li stavamo proteggendo.

Sono talmente ovvie le conseguenze derivanti da questa confusione tra mondo reale e il mondo – per dirla alla Sarkozy – “virtuale di Obama”, che è difficile per me credere che l’attuale politica possa andare avanti indefinitamente, perché a un certo punto la realtà empirica deve necessariamente imporsi: la realtà dell’intransigenza e dell’aggressività iraniane; la decisione con cui la Cina persegue i propri interessi, nazionali, locali e globali; la determinazione della Russia nel tornare a controllare i suoi vicini; il rifiuto dei paesi arabi di accettare ogni ragionevole accomodamento dei tanti che i vari governi di Israele abbiano proposto; le mire siriane sul Libano; e i progetti di Hugo Chavez sui paesi più poveri dell’America latina.

Forse mi sbaglio. Forse questa sorta di politica estera illusoria potrà durare a lungo. Forse Obama si dimostrerà refrattario all’evidenza e all’esperienza. In tal caso, tutti questi accomodamenti, il venir meno delle alleanze e il rafforzamento degli avversari a Mosca, Pechino, Teheran, Caracas e altrove continuerà, fino a quando non verremo svegliati da un cataclisma.

Sono questi i dazi imposti dal vivere in un mondo virtuale. Io prego di uscirne presto.

Tratto da Heritage Foundation Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 Traduzione di Enrico Simone

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