Si parla ufficialmente di "deficit democratico" dell'Europa, di crisi delle sue classi dirigenti e della politica spodestata dalla tecnocrazia. La Ue è al bivio: seguire la strada percorsa fino a oggi, e cioè dare più potere a Bruxelles (al Superstato europeo più che agli Stati Uniti d'Europa), oppure rispondere al processo di frammentazione dell'Unione connotando questa parola in senso positivo, all'insegna del motto "less is more".
Basta con la devoluzione delle competenze agli organismi sovranazionali, è tempo di riacquistare sovranità e difendere i rispettivi interessi nazionali. Come? Immaginando inedite reti di alleanze determinate dal nuovo equilibrio di potenza sorto all'interno della Ue. Quali? Per esempio un'intesa possibile ed auspicabile tra Italia, Spagna e Grecia, che risponda allo strapotere tedesco, sul terreno delle grandi questioni come lo sviluppo delle infrastrutture, la sicurezza e l'immigrazione, il destino dell'euro e le politiche di cooperazione.
Diamo il via ad una serie di articoli, traduzioni ed approfondimenti che provano ad esplorare la fattibilità di un ripensamento del Mediterraneo, a metà tra passato e futuro, realismo e sforzo visionario, ambizione politica ed interesse economico.
LE INFRASTRUTTURE (Roberto Santoro)
Il traffico delle merci nell’eurozona (fig. 1) dà l’idea di come il Vecchio Continente sia diviso tra i Paesi del Nord, connessi e integrati fra loro, e quelli del Sud, condannati all’isolamento se non reagiranno presto e in maniera coesa allo status quo. Nell’attuale contesto di “regionalizzazione” della Ue – con il formarsi di blocchi di alleanze in cui si riflettono gli spettri vaganti del nazionalismo (tedeschi contro greci, per fare un esempio) – i Paesi del Sud (Italia, Grecia, Spagna) sono rimasti tagliati fuori dal “grande gioco” che ha riequilibrato i poteri all’interno dell’Europa con il rafforzamento dell’area di influenza tedesca.

La politica di potenza espressa dai diversi Stati europei ha sicuramente una grande importanza (si pensi all’Europa Orientale che guarda agli Usa per sfuggire alla stretta tra Mosca e Berlino, piuttosto che all’intesa anglo-francese durante la guerra in Libia), ma la debolezza dell’Europa Meridionale è innanzitutto figlia della geografia: i Pirenei, le Alpi e le catene montuose dei Balcani rappresentano uno svantaggio competitivo per italiani, greci e spagnoli, e sono una delle spiegazioni per cui questi popoli, così vicini e storicamente prossimi, oggi sono comunque divisi tra loro.
L’asse della mobilità europea – infrastrutture e trasporti – attualmente si concentra nella parte Nord-Occidentale dell'Europa, dal porto di Rotterdam in Olanda al cuore della Ruhr tedesca; Spagna e Grecia sono ai margini, mentre l’Italia, che potrebbe sperare di parteciparvi avendo una rete infrastrutturale di partenza più progredita degli altri Paesi meridionali, sconta un piano di ammodernamento non sempre all’altezza dei rivali nordeuropei.
La Grecia è l’anello debole. Storicamente, Atene oscilla fra la chiusura su se stessa - il tentativo di creare uno Stato centralizzato frustrato dall’economia-ombra e da un fisco fallimentare - e la naturale vocazione del Paese verso l’Egeo, l'arcipelago delle antiche città-stato libere e in competizione tra loro che segna l’inizio della civilizzazione nel Mondo Antico. Lo Stato centrale greco rischia il fallimento, mentre il “regno delle isole” è del tutto inadeguato davanti al neo-espansionismo turco.
La Grecia ha assunto i contorni di un Paese allo sfascio, impoverito, al tramonto, in cui l’esasperarsi del nazionalismo e il protrarsi della crisi economica sono forieri della sovversione sociale e, in ultima analisi, della uscita di Atene dall’eurozona. Le arterie fluviali, le ferrovie e le strade che si inerpicano verso i Balcani come via di fuga sono altrettanto perigliose e non offrono scampo ai tecnocrati greci appena insediati.
In Italia e in Spagna l’isolamento è parzialmente attutito da un sistema economico resistente alle ondate di crisi iniziate nel 2007-2008. Roma e Madrid hanno sopportato il crollo della finanza americana ma sono ricascate nell’emergenza della “guerra del debito”, la versione odierna, senz'armi ma non per questo del tutto pacifica, dei sanguinosi conflitti che insanguinarono l’Europa nel XX secolo.
La debolezza dell'Europa Meridionale viene alimentata dall’arretratezza delle reti infrastrutturali: in Italia l’alta velocità si limita al Centro-Nord, mentre in Spagna copre solo brevi tratti del Paese (insieme, Italia e Spagna non fanno i treni veloci tedeschi); la rete fluviale, ad eccezione del fiume Po, è inesistente, rispetto ai grandi assi che scorrono sul Reno e il Danubio; quella autostradale in Italia si difende bene (abbiamo circa 48 autostrade), ma da qui a sognare la “Berlino-Palermo” in mezzo ci passano la Salerno-Reggio e la mastodontica impresa del Ponte sullo Stretto, rimasta sulla carta.
Riavvicinare i Paesi del Sud Europa è un obiettivo per rompere i giochi costituiti: riunirli più per mare che per terra, grazie alla comune storia mediterranea. Comunanza, appartenenza, sono parole chiave di questa operazione. Se è vero che ormai da secoli il “Mare Nostrum” ha ceduto il passo all’Atlantico e al Mare del Nord nel traffico delle merci e nel mondo degli scambi, le cosiddette “primavere arabe” scoppiate nel 2011 aprono inedite occasioni economiche, di progresso e di sviluppo del libero mercato, per i Paesi dell’Europa meridionale. Un'opportunita che i governi di queste nazioni non devono farsi scippare com’è accaduto durante il regime-change libico.
Per aggirare lo svantaggio naturale (le Alpi, eccetera) e quello infrastrutturale (reti ferroviarie e fluviali), nulla vieta che Italia, Grecia e Spagna rafforzino i rispettivi traffici navali e l’integrazione delle proprie piattaforme marittime (oltre cento porti a disposizione). Immaginare delle manovre militari congiunte nel Mediterraneo – magari in ambito NATO e nel solco tracciato dal “Gruppo di Visegrad” – sarebbe un chiaro segnale di contenimento lanciato ad Ankara sulle frontiere da rispettare (Cipro e l’Egeo), ma anche alla Germania, capofila di quell’altra Europa che intanto si è riorganizzata per fronteggiare la crisi.
IL SISTEMA AEROPORTUALE (Francesca Mele)
Heathrow nel Regno Unito, il Charles De Gaulle in Francia e Francoforte sul Meno in Germania. Sono questi i tre "hub" ai primi posti nella lista degli aeroporti europei con il maggior numero di passeggeri. Subito dopo vengono il Barajas di Madrid in Spagna e il Leonardo Da Vinci di Roma-Fiumicino in Italia (quarto e sesto posto) con uno scarto di circa 15 e 30 milioni di viaggiatori rispetto al terzetto di testa. A molte posizioni di distanza l'Eleftherios Venizelos di Atene, che dimostra l'arretratezza della Grecia – anello debole del possibile "asse" del Sud Europa – rispetto agli altri membri della Ue.
Il distacco infrastrutturale in Europa si rispecchia dunque anche nel sistema aeroportuale, mettendo in evidenza il forte collegamento degli Stati settentrionali e la scarsa organizzazione di quelli meridionali. Al di là di tutto, Italia, Spagna e Grecia hanno ognuna la propria storia e le ragioni di quel deficit non sono le stesse: la Grecia non ha avuto lo stesso sviluppo simile a quello di Italia e Spagna, così come ci sono delle differenze anche tra noi e gli spagnoli. Nel caso della Spagna si tratta di una difficoltà di fondo determinata dal completo controllo della gestione del sistema aeroportuale da parte dell’AENA, società pubblica che conta come unico azionista il Ministero dell’Industria. AENA è il più grande operatore aeroportuale al mondo e controlla ben 47 aeroporti, ma oltre all'inefficienza economica determinata dal sistema centralizzato, la Spagna presenta anche diverse difficoltà di cooperazione con compagnie aeree straniere.
L'Italia ha venduto la sua compagnia di bandiera aprendo ad Air France e a una cordata di azionisti privati, ma il 29 agosto 2009 il Presidente di Aeroporti di Roma, Fabrizio Palenzona, in una lettera al Corriere della Sera dichiarava che il gap dell’Italia rispetto ad altri paesi europei “va ricondotto a questioni di carenza della pianificazione della politica industriale”. L'Italia accusa un'arretratezza sistemica ed una politica di modernizzazione sempre incompiuta: il braccio di ferro tra Fiumicino e Malpensa è stato un esempio di questa pianificazione mancata.
Va detto che gli aeroporti del Nord Europa hanno le loro contraddizioni: il CDG e Heathrow, due dei maggiori scali mondiali, compaiono al primo e al terzo posto della classifica dei 10 aeroporti "più odiati al mondo" stilata da CNNGo, il sito della emittente televisiva statunitense dedicato ai viaggi, e vengono criticati aspramente per la sporcizia, i ritardi e via di seguito. L’Italia vede invece il Leonardo da Vinci di Fiumicino “spiccare il volo” collocandosi nella classifica degli scali europei che nella scorsa stagione hanno aumentato il numero dei collegamenti e delle destinazioni (28 mln di passeggeri, +4,8 per cento rispetto al periodo gennaio-settembre 2010). Il Da Vinci mantiene inoltre aperti alcuni progetti di espansione ed investimento per il futuro: il nuovo Molo iniziato nel 2008, un'opera di 195 milioni di euro, dovrebbe permettere in un decennio di trasportare oltre 50 mln di passeggeri.
Nel contesto che stiamo provando a immaginare in questa serie di articoli, e che presuppone una maggiore integrazione fra i Paesi dell'Europa Meridionale, sarebbe opportuno chiedersi se sia conveniente e quale ruolo potrebbero giocare le superpotenze come gli Usa o la Cina all'interno del comparto aereo europeo: pensiamo alla continua crescita del colosso cinese e al suo affacciarsi in Europa con l'evidente obiettivo di arrivare ad un controllo dello scacchiere infrastrutturale nel Vecchio Continente (Alitalia ha recentemente dato il via ai voli Fiumicino-Pechino). In realtà, più che i cinesi servirebbe che Bruxelles intervenisse in favore del "blocco meridionale", magari con un nuovo piano di "ricostruzione" come quello applicato ai Paesi dell'ex Patto di Varsavia negli anni scorsi, permettendo il rilancio di strutture già esistenti e l'ampliamento di quelle migliori. Ma l'Europa a trazione tedesca come la conosciamo oggi rende questa ipotesi poco verosimile.
LA COOPERAZIONE MILITARE (Edoardo Ferrazzani)
Le crisi internazionali portano in dote dolore e cambiamento, globali o regionali che siano. Il dolore e l’affanno per chi perde status politico. Quanto al cambiamento, in politologia internazionale va spesso sotto il nome di 'redistribuzione del potere relativo tra gli attori in gioco'. Definizione leziosa ma precisa.
La crisi del debito sovrano europeo – nella sua declinazione ‘crisi fiscale dei paesi mediterranei’ – apporterà una redistribuzione di potere nelle relazioni fra gli Stati Europei, in particolare tra Nord e Sud, ripercuotendosi inevitabilmente anche sul peso politico che i paesi del Sud Europa avranno in futuro nel Mediterraneo. Riguarda l’Italia - ma non solo l’Italia - e non c’è da stare allegri.
La Germania sta emergendo come maggiore attore regionale europeo, tanto sull’area Baltica che in Europa centrale e balcanica, con l’obiettivo neanche tanto velato di condizionare il destino delle traballanti nazioni mediterranee integrate nell’Unione Europea - in particolare Italia, Spagna, Portogallo e Grecia – attraendole politicamente verso sè, con l’aiuto della Francia.
Anche il grimaldello comunitario fa parte della brutta faccenda e c’è da aspettarsi che Berlino tenda sempre più a farne uso al fine di pesare sempre di più nella politica interna di questi paesi (basti pensare alla genesi dei governi Monti in Italia e Papademos in Grecia).
Spiace a tutti perdere sovranità. Ora, siamo di fronte a un processo ineluttabile? Certo che no. In politica l’ineluttabile è solo una delle tante manifestazioni di una volontà di non-fare (la passività è un’azione a tutti gli effetti); se ciò è vero, un’azione uguale e contraria è altrettanto possibile. Forse politicamente doverosa a questo punto. Per intenderci: reagire alla ‘germanizzazione’ in corso è possibile.
Se il collasso dell’Euro è un lose-lose game, è vero anche che quando tutto sarà crollato qualche edificio sarà ancora in piedi. Per essere allora cruciale rispolverare il vecchio adagio "l'unione fa la forza" e alambiccarsi il cervello per cambiare lo stato di cose.
Prima di tutto bisogna definire quel che le quattro nazioni euro-mediterranee possano compiere assieme per evitare una marginalizzazione economica, commerciale, militare, culturale - e in ultima istanza - politica e sociale, che nel medio-lungo periodo ridimensionerà anche la prosperità delle loro genti. La risposta è: fare cooperazione. Una cooperazione rafforzata che passi per l’individuazione di priorità comuni.
Un capitolo tradizionale di cooperazione interstatuale è quello della sicurezza. La crisi fiscale che attraversa l’Europa del Sud si ripercoterà certamente sul modo in cui i governi di Roma, Madrid, Lisbona e Atene spenderanno in difesa per rispondere alla proprie prerogative di sicurezza nazionale. Questi tagli alla difesa certamente condurranno al ridimensionamento delle rispettive proiezioni geostrategiche.
Per l’Italia si tratterà di rinunciare al concetto di Mediterraneo allargato. Per la Spagna idem, più la sua proiezione atlantica in Sud America. Il Portogallo dovrà rinunciare alla proiezione sull’Atlantico Meridionale e la Grecia avrà difficoltà a mantenere in piedi la sua silenziosa confrontation marittima con la Turchia.
Bref, il rischio è che le nazioni europee meridionali escano dalla Storia, subiscano il cambiamento e non siano più in misura di difendere le proprie rispettive aree d’influenza. Ciò avverrebbe peggiore dei momenti: il Mediterraneo è attraversato da grandi mutamenti – si pensi solo alle rivolte arabe e alle ripercussioni politiche che esse stanno imprimendo al corso storico di paesi come l’Egitto, la Libia e domani la Siria. Si aggiunga a ciò il riemergere di un attore che è stato per secoli al centro di una politica di contenimento da parte proprio dei paesi europei oggi in difficoltà: la Turchia.
La Turchia ri-ottomanizzata di Recep Erdogan aumenta di giorno in giorno il proprio potere in Nord Africa. Fa soft power in Medioriente ed è proiettata strategicamente in un’area che va dal Turkmenistan alla Bosnia. Intrattiene ottime relazioni con Russia, Brasile, Sud Africa, Cina e India. E’ forte, rispettata, con un’economia in sostenuta espansione, un esercito numeroso e ben equipaggiato, un trend demografico che farebbe dormire sonni tranquilli a qualsiasi governante di media salute psichica.
Si dirà: “Qual è l’idea? Mettere insieme i paesi straccioni dell’Europa meridionale per fare cosa? Contenere la Turchia che gioca a fare la politica di potenza?”. Non si tratta di questo. Si parla piuttosto di prendere atto, reagire e proteggere le posizioni del Sud Europa visto che gli unici due attori statuali che nell’euro-mediterraneno rimarrebbero in piedi qualora l’edificio dell’Euro andasse giù, sarebbero la Germania e la Turchia i cui rispettivi governi finirebbero per costruire una piccola Yalta ancora una volta nei Balcani.
Come nel xvii sec. la Spagna deteneva il Mediterraneo Occidentale e la Turchia il Mediterraneo Orientale, oggi con la crisi la Germania conquisterebbe commercialmente (e dunque politicamente) il suo agognato accesso al Mediterraneo, uno dei tanti accessi a cui Berlino ambisce e la Turchia finirebbe per riprendersi il suo posto nelle faccende balcaniche, oltre alla lenta riconquista in quelle nord-africane, mediorientali e centro-asiatiche.
L’emergere di questo vecchio-nuovo scenario deve far riflettere i governi d'Italia, Spagna e Grecia e indurli all’azione. Il primo banco di prova potrebbe essere sulla Grecia: la penisola ellenica è attualmente in serie difficoltà a causa dall’attuale crisi fiscale dell’eurozona. A capo dell'esecutivo sta ormai un tecnocrate, dipende dalle erogazioni del Fmi e dell’Ue per pagare pensioni, stipendi e mantenere la baracca statuale in piedi. E’ isolata sul piano diplomatico.
Ciò però non fa venir meno il suo essere Stato e dunque la sua sicurezza nazionale deve essere garantita: Atene deve potere continuare a tenere in piedi un controllo dell’Egeo, di Corfù, Creta e Rodi e deve difendere Cipro. Il mantenimento di questi imperativi strategici è ovviamente nell’interesse nazionale greco, ma in proiezione lo è anche per quelli di Spagna, Italia e Portogallo.
Non è eretico pensare che per far fronte a questa situazione, l’Italia assieme alla Spagna, al Portogallo e alla Grecia appunto possano dare vita ad esercitazioni militari comuni nel quadro di un dispositivo diplomatico extra-europeo tutto nuovo sui mari dell'Egeo, dello Ionio, dell'Adriatico e del Mediterraneo orientale e occidentale (ovviamente avvertendo preventivamente Washington per evitare la lesa maestà e mandando un dispaccino a Vladimir Putin per cortesia).
Una lenta integrazione delle marine euro-mediterranee darebbe il la anche a un aumento dell'integrazione delle rispettive forse marittime in vista della gestione di un altro grande fenomeno da gestire tra noi euro-mediterranei: l’immigrazione clandestina.
LA GRECIA: IMMIGRAZIONE ED ENERGIA
La Grecia non ha più nulla da offrire all’Europa? Verosimilmente no. Lo Stato declassato da Moody’s, sottovalutato dal sito d’intelligence Stratfor (“Ha perso ogni importanza geo-strategica”) e il primo ad essere buttato giù dall’Euro Tower, potrebbe rivelarsi la Cenerentola del Vecchio Continente. Per due motivi.
Arginare i flussi dell’immigrazione clandestina. La posizione geografica della Grecia la rende tuttora la porta d’ingresso all’Europa per chi desidera entrarvi da est. Secondo i dati riportati da Frontex, l'agenzia che coordina le polizie di frontiera europee, dal 2010 una media di 300 persone al giorno, tutti i giorni, ha raggiunto i Paesi europei passando il confine greco-turco. Ma con le rivolte arabe è aumentato di circa il 50% nei primi mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010 il numero delle persone che ha deciso di abbandonare le proprie nazioni e approdare in Europa passando attraverso la Grecia.
“Dal 2 giungo dello scorso anno più di 38.000 immigrati clandestini sono stati intercettati lungo il confine che divide la Grecia dalla Turchia” ha dichiarato Gil Arias Fernandez, vice direttore di Frontex, aggiungendo un altro dato: “Nel solo mese di ottobre 2011 circa 9.600 immigrati hanno provato ad entrare in Europa attraverso la Turchia. Un flusso superiore del 20% rispetto a ottobre dello scorso anno”. Oltre alle rivolte arabe, la causa dell’aumento dei flussi migratori verso la Grecia è dovuto alle politiche della vicina Turchia.
Ankara, infatti, ha costruito la propria zona di esenzione dal visto d’ingresso - che assomiglia allo spazio Schengen dell'UE - con Paesi come Iran, Siria, Yemen, Libia, Libano, Marocco e Tunisia. Inoltre, denuncia Fernandez, Ankara promuove voli low cost che operano tra molti paesi del Nord Africa e che atterrano preferibilmente a Istanbul, dove troviamo un aeroporto poco distante dal confine ellenico. Per contrastare il fenomeno Atene sta costruendo un muro alto cinque metri e lungo circa dodici chilometri al confine con la Turchia, nella regione del fiume Evros vicino alla cittadina di Orestiada. Nel frattempo, Erdogan sfrutterà l’immigrazione clandestina per forzare le scelte di Bruxelles come per anni ha fatto Gheddafi. E perché dovrebbe farlo? Rispondendo a questa domanda arriviamo anche a scoprire perché la Grecia è ancora indispensabile all’Europa. E al medio oriente.
Scoperta di ricchi giacimenti di gas nei fondali dell’Egeo. Mesi fa sul sito web la pulcedivoltaire Paolo della Sala ha scritto: “Il Bacino del Levante, la porzione di Mediterraneo che va da Cipro verso le coste situate tra Siria Libano Israele e Gaza, trabocca di gas (e petrolio) e ciò disegna un medio oriente completamente nuovo, in cui Israele diventerebbe esportatore di gas e il Libano potrebbe tornare a essere la Svizzera d'Oriente. Secondo la Noble Energy in tutto il bacino del Levante ci sarebbero almeno 227 Tcf (trillion cubic feet) di gas. Per avere un termine di paragone, le riserve egiziane sono di 77 Tcf, mentre la parte iraniana di South Pars, il più grande bacino al mondo, ha una stima dichiarata di 436 Tcf. L'area compresa tra Cipro e Gaza conterrebbe uno dei primi cinque bacini di gas al mondo”.
Cipro e Israele saranno i futuri trend setter del gas necessario a soddisfare la sete energetica di buona parte del Mediterraneo. Due impianti ciprioti con una capacità di 7 milioni di tonnellate sono pari a circa il 23 per cento delle esportazioni russe verso l'Europa occidentale. Nicosia e Gerusalemme (con i suoi giacimenti sottomarini di idrocarburi di Tamar e Leviathan a largo di Haifa) stanno infatti collaborando per definire i confini della piattaforma continentale secondo le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, per cui un Paese è legittimato ad esplorare e sfruttare le risorse naturali ad una distanza di 200 miglia nautiche dalle proprie coste . La distanza minima tra Israele e Cipro si trova a 140 miglia nautiche e, secondo il diritto internazionale, il confine in questo caso è stabilito a metà tra i due Paesi. Israele punta a liberarsi alla camicia di forza della dipendenza energetica dai vicini arabi. Dagli inizi di febbraio ha visto alzare il prezzo del gas che importa dall’Egitto e per nove volte il gasdotto che dal Sinai rifornisce Gerusalemme è stato sabotato.
L’oro azzurro, dunque, porterà Israele e Cipro (e, per estensione, la Grecia) ad un'alleanza naturale e non è un caso che il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon sia stato il primo rappresentante di uno Stato straniero a recarsi ufficialmente in Grecia dalla formazione del nuovo governo Papademos, dove, incontrando il suo omologo greco, ha fissato l’agenda per continuare a portare avanti il progetto delle esplorazioni nel mare attorno a Cipro per la ricerca di gas naturale, esplorazioni che Nicosia conduce con la collaborazione di Atene e Gerusalemme e il sostegno tecnico della compagnia americana Noble Energy, Inc.
In questo quadro si inserisce la Turchia che mantiene pessime relazioni con Cipro (Ankara occupa la parte nord dell’Isola dal 1974) con la Grecia (abbiamo appena visto il problema clandestini) e con Israele (dallo scorso settembre ha ridotto al minimo i suoi rapporti con Gerusalemme espellendo l’ambasciatore dello Stato ebraico per i fatti legati alla Mavi Marmara).
Il governo turco, che controlla Cipro Nord con un contingente di circa quarantamila soldati ed è l’unica nazione al mondo a riconoscerne la legittimità, contesta con forza questa attività sostenendo che Nicosia dovrebbe prima trovare una soluzione al conflitto con l’entità turco-cipriota e solo in seguito sfruttare le ricchezze regionali. Inoltre, Ankara - che non ha mai aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite per il diritto del mare UNCLOS - chiede che i futuri proventi del gasdotto vengano divisi con la Repubblica turca di Cipro del nord, anche se in realtà la zona interessata è adiacente alle coste della più meridionale Repubblica di Cipro, riconosciuto come membro UE e che a giugno prossimo ricoprirà la presidenza di turno dei ventisette Paesi. Erdogan, intanto, ha minacciato l’Europa che se entro giugno 2012 non verrà risolta la “questione cipriota” la vera crisi non interesserà solamente i governi di Nicosia, Atene e Gerusalemme, ma sarà una questione tra la Turchia e Europa. Compresa anche quella del nord.
UNA QUESTIONE DI IDENTITA' (Luca Negri)
Se l’auspicata triplice intesa dell’Europa mediterranea deve rispondere allo strapotere franco-tedesco, non può farlo senza una presa di distanza anche sul piano culturale. Occorre ben considerare in che cosa il retaggio comune di Spagna, Italia e Grecia si possa distinguere quando si tratta di comprendere il mondo, raccontarlo, trasformarlo. Insomma, bisogna interrogarsi sulle idee.
Forse la prima considerazione da fare è che la mente mediterranea, più incarnata ed abbronzata, dovrebbe lasciarsi meno guidare proprio dalle idee, non sacrificarle alla vita concreta, al senso di realtà. Sappiamo che dalle nostre parti non è sempre andata così; soprattutto per influenza di Francia, patria (anche) del giacobinismo utopistico, e Germania, culla dell’idealismo filosofico. Il connubio fra i due diede i natali al marxismo, ma non è questo ad interessarci, piuttosto la consapevolezza che un certo pensiero moderno, soprattutto dal francese Descartes al tedesco Hegel, ha cercato di imporre l’idea astratta, il sistema, sulla realtà.
Che l’Europa possa essere un’altra cosa, uscire da questo vicolo cieco tipico del moderno, ce lo ha insegnato il filosofo spagnolo Ortega y Gasset. È giunto il momento di restituire ai legittimi proprietari un po’ di scheletri nei nostri armadi: fascismi rossi e neri e poi istituzioni statali “pesanti” che Italia, Grecia, Spagna hanno prodotto nel Novecento. Ma ideologie e statolatrie non erano nel nostro dna, meglio riscoprire la nostra anima più pratica e anarchica, con devozioni più alte di quelle tributate a costituzioni e burocrazie. Potenzialmente, possiamo essere più liberali. Stesso discorso dovrebbe valere per l’economia; ovvero non sentire più il fiato sul collo dell’etica protestante e calvinista dello spirito del capitalismo centroeuropeo. Anzi, proprio l’argomento religione è centrale.
Fu soprattutto la Francia a battersi contro il riferimento alle radici cristiane nell’abortita costituzione europea, anche la Germania luterana non era proprio entusiasta. Dall’altra parte c’erano Polonia, Italia, Grecia e Spagna (ai tempi di Aznar, non del piazzista di laicismo Zapatero). “La Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede” scrisse l’anglo-francese Hilaire Belloc all’inizio del ‘900, ma invece l’Unione non ha voluto ammettere che il continente è cresciuto culturalmente in un’unica fede, quella in Cristo, per merito della Chiesa di Roma, di scismi e declinazioni secolarizzate; il compito storico, dunque, toccherebbe finalmente a noi. Non c’è bisogno di scrivere un comma di un’ennesima costituzione, basterebbe rispettare ed ascoltare di più la Chiesa, pur nel disaccordo, accettarne pienamente il ruolo pubblico. In prospettiva di un auspicabile riavvicinamento della Chiesa di Roma con quelle d’Oriente, diventerebbe forse meno ostico temperare le innegabili tendenze illiberali dei greco-ortodossi.
Con le dovute differenze ci troviamo di fronte ad uno scenario simile a quello del secondo dopoguerra: una nuova Europa da ricostruire. In quegli anni Maria Zambrano, allieva proprio di Ortega y Gasset, scrisse un prezioso saggio per invitare gli europei ad affidarsi, dopo la catastrofe, al pensiero greco e al cristianesimo di Sant’Agostino. Un santo, quest’ultimo, che fu uno dei primi grandi europei, di nascita però nordafricana. Ecco, l’Africa mediterranea, oggi islamica: se nascerà la triplice intesa del Sud, s’imporrà sempre più il necessario, costruttivo confronto con l’islam moderato. Un dialogo fra pari, senza confusioni e ammiccamenti. Senza dimenticare che il più saldo punto di equilibrio fra Atene e Gerusalemme, fra la ragione ellenica e il profetismo semita, rimane Roma.
(Continua...)
A cura di Roberto Santoro, Edoardo Ferrazzani, Costantino Pistilli, Francesca Mele, Luca Negri.
