Osdorp, periferia di Amsterdam, Palazzo di Giustizia, 26 gennaio 2005. «Il mio assistito Mohammed Bouyeri si assume la responsabilità del suo gesto. Non è un pazzo e chiede che la sua capacità di intendere e volere non sia messa in discussione. Il suo è stato un atto terroristico».
È la conclusione dell’intervento che svolge l’avvocato Peter Plasman, difensore del ventiseienne cittadino olandese di origine marocchina che ha assassinato Theo van Gogh, in una delle prime udienze davanti al tribunale che celebra il processo a carico del suo assistito. Van Gogh era stato ucciso il 2 novembre 2004 in quanto «colpevole» di essere stato il regista di Submission: un cortometraggio sulla condizione femminile nelle società islamiche, giudicato offensivo verso la sensibilità musulmana sia perché conteneva delle critiche esplicite all’Islam, sia perché nel filmato talune sure coraniche apparivano dipinte sulla pelle nuda di una donna. L’intervento dell’avv. Plasman segue nell’udienza quello del pubblico ministero Peter van Straelen, il quale aveva chiesto che Mohammed Bouyeri fosse sottoposto a una perizia psichiatrica. Aggiunge nella circostanza l’avvocato che «non può esserci l’idea che il terrorismo sia una malattia da guarire. È un reato previsto dal codice penale, e chiediamo di essere giudicati per questo».
Nelle aule giudiziarie in genere accade il contrario: di fronte a crimini gravi, per i quali la prova della responsabilità è evidente, il difensore invoca l’infermità mentale, totale o parziale, del proprio cliente al fine di elidere, o quanto meno di attenuare, la colpevolezza, mentre il rappresentante dell’accusa contrasta una ipotesi del genere, per ottenere senza sconti la punizione dell’imputato. A tal punto da aver lasciato sul cadavere del regista uno scritto contenente la condanna a morte della parlamentare olandese Ayaan Hirsi Ali, che aveva collaborato alla sceneggiatura del corto, con un passato di paladina dei diritti delle donne musulmane. A tal punto da dichiarare, nel corso dell’udienza conclusiva, il 12 luglio 2005, rivolgendosi alla madre di van Gogh, mentre indossa kefiah e tunica nera e tiene in mano una copia del Corano: «ho agito per convinzione, non perché odiavo vostro figlio o perché mi sentivo insultato in quanto marocchino. Ho ucciso Theo van Gogh in nome dell’Islam»; per concludere: «se fossi liberato rifarei esattamente la stessa cosa».
Il paradosso fa riflettere: in una delle città europee in cui da decenni la libertà viene intesa e praticata come assenza di qualsiasi limite, e in cui in concreto non conoscono freni la distribuzione della droga e lo sfruttamento sessuale, nella capitale dell’erba, dei "sexy shop" e delle ragazze in vetrina, un brutto giorno ci si sveglia di fronte all’assassinio rituale di un uomo di spettacolo (dalle cui idee laiciste si poteva ovviamente dissentire) da parte di un ultrafondamentalista professo; di una persona il cui atto viene qualificato dal difensore nel corso del dibattimento come un «proclama di guerra»; di un soggetto che in precedenza su un sito aveva disegnato l’Olanda colorata di rosso sangue e su di essa aveva fatto campeggiare una bandiera con la spada di Maometto e la scritta «la vittoria è nostra»; di un personaggio già noto alle forze dell’ordine, poiché poco tempo prima – il 29 settembre 2004 – era stato
fermato per un controllo e, condotto a un commissariato di Amsterdam, gli era stato trovato indosso uno scritto da lui compilato con l’elogio delle decapitazioni di occidentali operate in Iraq da Al Zarkawi e un foglio di indirizzi di appartenenti all’organizzazione eversiva di matrice islamica per la quale i servizi segreti olandesi hanno coniato l’espressione, poi entrata nell’uso comune, di «cellula Hofstad» (che sembrerebbe essere un’articolazione del gicm-Gruppo islamico combattente marocchino) e, nonostante questo, era stato rilasciato e non era stato sottoposto a controlli successivi.
La tolleranza e l’assenza di freni inibitori, esibite come modello per altri paesi europei ritenuti meno emancipati, in Olanda sono andate in tilt con l’uccisione di van Gogh: dopo l’omicidio decine di moschee e di luoghi frequentati da musulmani vengono aggrediti, incendiati, danneggiati. La xenofobia
e la violenza si svelano come l’altra faccia del melting pot, ma alla radice vi è una identica incomprensione della realtà e una identica mancanza di equilibrio. Si passa da un estremo all’altro: fino al 1 novembre 2004 ad Amsterdam, a Rotterdam e negli altri centri dei Paesi Bassi si prestava ossequio
al dogma secondo cui il migliore dei mondi possibile coincide con il multiculturalismo e con la massima apertura, rispetto a cui la semplice evocazione di identità culturali e/o politiche è marchiata come discriminazione razziale. Dogma il cui primo corollario è che proprio questo modello di società garantirebbe una sorta di immunità dal terrorismo di matrice islamica; dogma che influenza perfino gli operatori di polizia, se – come raccontano le cronache – i precedenti di Mohammed Bouyeri, risalenti a poche settimane prima, non sono serviti a sottoporlo a misure di attenzione più stretta.
Dopo l’assassinio, per contro, tutti gli islamici, senza distinzioni, vengono visti come dei potenziali terroristi, e perciò oggetto di ritorsione, mentre per i luoghi da essi frequentati sembra esistere una licenza di devastazione.
Tratto da A. Mantovano, Prima del Kamikaze. Giudici e legge di fronte al terrorismo islamico, Rubbettino Editore 2006
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