Ambientalismo blu

Dopo Copenhagen, l’Europa continua a perdere tutte le battaglie sull'ambiente

di Ezio Bussoletti

Da pochi giorni si è chiusa la 15a Conferenza delle Parti della CITES, la Convenzione Internazionale per la salvaguardia delle specie faunistiche e botaniche in pericolo di estinzione che si è tenuta a Doha in Qatar. Moltissimi i temi affrontati ma due, in particolare, assumevano un interesse particolare per l’Europa e per l’Italia: il tonno rosso atlantico ed il Corallo mediterraneo.

Nel primo caso, questa risorsa appare da tempo “sotto pressione”  a causa dello sfruttamento intensivo ed industriale che il Giappone applica visto che rappresenta la base dei sushi, elemento fondamentale della tradizione culinaria giapponese. Le flotte oceaniche del Sol Levante  spazzano i mari di mezzo mondo, ed in particolare l’Oceano Atlantico, alla ricerca dei banchi di tonni che vengono imprigionati in enormi gabbie di molti km quadrati, allevati e macellati in funzione delle esigenze del mercato e delle fluttuazioni dei prezzi della loro preziosa carne: vere e proprie “fattorie marine” dove il pesce è trattato alla stregua dei bovini da macello sulla terra ferma.

I dati sulla consistenza di questa risorsa indicavano da tempo una lenta e continua decrescita che suggeriva un controllo stretto della pesca ed un approccio di salvaguardia volto a creare le condizioni per favorire una moratoria che consentisse  un ripopolamento su di un tempo di alcuni anni. Il problema però andava ad impattare contro gli interessi, minori anche in termini di consistenza numerica, delle marinerie francesi ed italiana del settore che sarebbero state appiedate definitivamente e destinate a scomparire.

Gesuiticamente, e come sempre più spesso avviene, i politici europei invece di affrontare il problema alla radice e trovare soluzioni operative adeguate di salvaguardia, si erano rifugiati nella facile soluzione di offrire compensazioni economiche alle categorie colpite con contributi da “prepensionamento anticipato” per i pescatori che avrebbero essenzialmente certificato la morte di un settore storico della pesca europea posticipando di un anno l’entrata in vigore del decreto per indorare la pillola.

Silenziosa ed efficiente come sempre, la diplomazia giapponese, presente in massa a Doha, ha svolto invece un’azione capillare di lobbying a favore del rigetto della proposta che è stata respinta con 77 voti contro, 43 a favore e 14 astenuti. Primi fra tutti a votare contro, i paesi del blocco arabo capeggiati dalla Libia e fortemente supportati dai rivieraschi atlantici e mediterranei del sud.

L’Europa esce con le ossa rotte da questo confronto: come sempre sui temi ambientali, si era presentata paladina di battaglie di avanguardia in nome dell’interesse generale e delle generazioni future soprattutto sotto la spinta dei paesi nordici che avevano costretto i meridionali, più riluttanti perché direttamente coinvolti nelle loro economie, a seguirli su questa linea piuttosto velleitaria e poco percorribile, come già era avvenuto sul tema dei cambiamenti climatici.

I risultati del voto hanno dato la migliore risposta possibile alle velleità europee di egemonia ambientale; le ragioni sono emerse chiare agli occhi di tutti: sovrastima del peso reale che gli europei hanno effettivamente a livello mondiale (i paesi presenti erano 136), sbagli marchiani nella valutazione delle forze in campo e incapacità di negoziazione seria con gli avversari.

A tutto ciò si è aggiunto lo scandalo del voto anglo-olandese. Vediamo di che si tratta.  E’ prassi, a livello internazionale ed in questo tipo di consessi, che i paesi europei votino uniti. A questo scopo si tengono defatiganti riunioni di coordinamento per arrivare a posizioni comuni che vanno poi onorate nella fase di voto. Nel caso specifico dei temi CITES, il lavoro avrebbe dovuto essere facilitato dal fatto che un Consiglio dei Ministri europei, tenutosi due giorni prima della Conferenza, aveva chiaramente definito le posizioni su tutti i temi caldi: le delegazioni avrebbero dovuto, quindi, soltanto attenersi a quanto deciso a livello politico.

Così avrebbe dovuto essere se il diavolo non ci avesse messo la coda: le votazioni avrebbero dovuto essere segrete e l’onestà avrebbe dovuto trionfare. Però, per qualche motivo, così non è stato: per un errore del Presidente di seduta le votazioni  non sono state coperte dal segreto e, quindi, come prassi, le posizioni dei singoli paesi sarebbero apparse sul sito della Conferenza il giorno successivo alla votazione. Di fronte a questa evidenza, nella riunione di coordinamento europeo tenutasi a valle della sconfitta, i delegati britannici ed olandesi hanno pudicamente confessato di essere stati contattati nella notte precedente al voto dai rispettivi Ministri i quali avevano dato indicazione di votare differentemente da quanto concordato a livello europeo  “per salvaguardare gli interessi economici nazionali”. Tutto, alla faccia della coerenza e dello spirito di corpo dell’Europa unita.

L’Italia, autolesionista per definizione e come sempre più realista del re, ha invece mantenuto la sua posizione appiattita sulle decisioni comuni sul tema del Corallo rosso mediterraneo il cui sfruttamento sostenibile voleva essere bloccato da ulteriori velleità ambientaliste dei paesi nordici e degli USA immotivate e sconfessate anche da recenti studi presentati in una conferenza nel settembre scorso a Napoli. Anche in questo caso a livello europeo si prospettavano compensazioni economiche per le circa 15,000 persone che a Torre del Greco sarebbero restate senza lavoro strozzando questo filone che ci vede primi al mondo per qualità e quantità di produzione.

Per fortuna, anche in questo caso, ci hanno pensato i giapponesi a trarci d’impaccio; i secondi produttori mondiali di corallo non potevano permettersi il lusso di un blocco di questa lucrosa attività commerciale e, come già per il tonno rosso, si sono attivati, in maniera silenziosa ed efficiente, sconfiggendo il fronte avverso: noi abbiamo tirato un respiro di sollievo. Avremmo potuto avere un comportamento più attento agli interessi nazionali e meno a quelli velleitari europei? Personalmente ritengo di sì visto che altri lo hanno fatto pur restando, a parole, paladini dell’Europa forte ed unita, ma cosi’ non si è voluto a livello politico.

Il bilancio complessivo è estremamente deludente per l’Europa: nonostante i suoi rappresentanti abbiano mostrato da anni una spocchia considerevole pretendendo di essere dei leaders e di voler contare sui temi ambientali non ne hanno mostrato però la capacità. I lavori sono stati preparati male a monte  della Conferenza e le posizioni politiche che sono state assunte, prima e durante le sedute, non hanno tenuto conto né delle forze in gioco né la diplomazia ha dimostrato una reale flessibilità per rispondere in tempo reale all’evoluzione degli eventi che si andavano producendo.

Il vecchio Continente, almeno su questo tema, ha fatto emergere un deciso declino; né ci può consolare la sonora sconfitta degli americani, sbarcati in massa a Doha con il supporto di un nugolo di agguerrite Organizzazioni non Governative di duro stampo ambientalista. Pur organizzati e operanti un capillare tentativo di lobby su svariati temi, non sono riusciti ad ottenere  il successo su nemmeno una delle richieste elaborate in patria sotto la spinta politica pesante degli ambientalisti democrat.

In questo come sui temi dei cambiamenti climatici c’è molto da fare nel prossimo futuro: riusciremo in Italia, per una volta, a ritagliarci un ruolo ragionevole ed a difenderlo sino in fondo? Io ho i miei dubbi.

L'Occidentale

Commenti

Non c'è alcun dubbio. Il

Non c'è alcun dubbio. Il buon senso (qualche volta) prevale. Di fronte ad una campagna mediatica milionaria (si parla di 20 milioni di dollari spesi dal WWF e altre NGO per il tonno rosso e di un milione di dollari per i coralli) tesa a vietare l'utilizzo di risorse marine, il buon senso ha invece fatto prevalere la verità. Queste risorse non sono affatto in via di estinzione ma necessitano di una più oculata gestione. E la CITES che non offre "protezione" alle specie come erroneamente sbandierato dai media, ma ne disciplina o ne vieta il commercio, non è l'organismo internazionale più idoneo a gestire le specie marine commercialmente sfruttate. E' questo il vero risultato della 15a Conferenza delle Parti CITES, svoltasi a Doha dal 13 al 25 Marzo, su due specie di grande interesse per l'Italia. Italia che, se vuole uscire dallo schiacciasassi comunitario che l'aveva isolata nelle sue richieste, che si sono rivelate perfettamente sensate e fondate anche se tardive, deve ora predisporre in tempi brevi, azioni gestionali a livello nazionale e regionale, soprattutto per il corallo rosso del Mediterraneo. In effetti, il punto nodale del negoziato a Doha, avvenuto per opera di organismi e persone al di fuor della delegazione italiana, impossibilitata a muoversi per ragioni comunitarie, è stato proprio l'aspetto di gestione della risorsa che deve venire prima e in via prioritaria su qualsiasi restrizione commerciale. Ed è stato l'argomento vincente. Ma è adesso il più complesso e delicato da mettere in opera, se si vuole evitare il ripresentarsi di una situazione simile nel 2013. Il piano di lavoro presentato in sede CGPM-GFCM (Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo) sul corallo rosso deve rappresentare una prima, cruciale, fase verso l'adozione da parte dell'organismo responsabile della gestione della pesca e delle risorse marine del Mediterraneo, di un piano di gestione regionale fondato su una solida base scientifica. Tale piano si è rivelato cruciale per le decisioni adottate a Doha e deve essere ora ideato in maniera appropriata coinvolgendo gli operatori di categoria, gli esperti di gestione faunistica internazionale ed i pochi ma ottimi biologi italiani esperti di gestione della raccolta del corallo. Cosi come, per il tonno rosso, deve essere data più forza e affidabilità all'ICCAT e seguirne i dettami gestionali. Gli esperti di nazionalità italiana (1!) che hanno portato a Doha, in una strategia preparata da tempo con vari Paesi, le vere regioni della conservazione e dell'uso sostenibile del corallo rosso e di altre specie, contro una macchina da guerra mediatica e che hanno vinto grazie alla forza della ragione e dell'esperienza negoziale, devono ora essere utilizzati al meglio per far si che migliaia di famiglie possano continuare in maniera sostenibile a utilizzare una risorsa vanto della cultura italiana ma troppo dimenticata in passato da una parte, purtroppo ideologica e radicata in alcune amministrazioni, del Bel Paese. La sfida più significativa per le istituzioni internazionali e per le organizzazioni che gestiscono la pesca è quella di gestire gli stock a livelli consistenti in modo da poter fornire cibo e risorse economiche a milioni di persone nel mondo. Conservare gli stock di pesci o di organismi marini è soprattutto una questione di produttività e non una questione ideologica di preservazione. E mentre i gruppi che vogliono vietare qualsiasi utilizzo di risorse naturali viventi continueranno a cercare pubblicità per ottenere bandi al commercio di alcune specie marine, chi è coinvolto nel commercio e nella gestione e le migliaia di comunità intorno al mondo che dipendono dal prelievo nei mari, ritengono che investire le loro energie in strategie reali di conservazione utilizzando le pratiche dell'uso sostenibile è la migliore opzione per garantire i mezzi di sussistenza guadagnati dal mare e la sopravvivenza delle specie marine e non solo. Mi auguro che si possa finalmente definire strategia italiana per l'uso sostenibile delle risorse marine (e non solo!!) e non continuare a gestire l'emergenza, derivata troppo spesso da cattiva gestione amministrativa, cavalcata ad arte dalle NGO oltranziste attraverso l'utilizzo dei media a senso unico. E proprio nell'anno della biodiversità, la CITES non può dimenticare i tre cardini della Convenzione sulla diversità biologica: uso sostenibile, accesso alle risorse e ripartizione dei benefici. L'ha dimenticato per gli elefanti di Tanzania e Zambia ma non per le risorse marine. La migliore da Doha: "Un tonno non è diverso da un elefante. Vietarne il commercio significa privare intere comunità locali di una risorsa rinnovabile e di mezzi economici importanti per la loro sopravvivenza. Venti anni fa si disse ai paesi che avevano buone popolazioni di elefanti. Non vi preoccupate: tra pochi anni potrete di nuovo commerciare i prodotti legalmente ottenuti a beneficio delle vostre comunità. Stanno ancora aspettando. E si voleva fare la stessa cosa con il tonno.” Marco Pani Vice-President for Europe IWMC-World Conservation Trust Piazza dei Mercanti 2 00153 Rome Italy Tel. +39-347-3741260 Fax. +39 06 97254793 E: pani.marco@gmail.com Skype: panim2 http://www.iwmc.org
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