La sanguinosa repressione in Siria riporta a galla una storia fatta di contrapposizioni etnico-religiose che si innesta nella più generale richiesta di libertà data dalla “Primavera Araba”. In questo contesto la Turchia, l’unico Paese musulmano e democratico dell’area, gioca un ruolo di primo piano data la sua vicinanza geografica e il suo possibile ruolo di mediatore e modello per i popoli arabi desiderosi di coniugare libertà, democrazia ed Islam.
La gara a chi è più cattivo è stata vinta dal più cattivo: potrebbe essere questa una semplificazione colorita delle elezioni parlamentari in Iran di venerdì 2 marzo che hanno visto il netto successo dei conservatori fedeli alla Guida Suprema Ali Khamenei sui compagni di partito più vicini al Presidente Mahmud Ahmadinejad.
I recenti moti che hanno interessato l'area nord africana, e che sono stati etichettati dai media internazionali con l'accattivante definizione di “primavera araba”, hanno prodotto una serie di conseguenze sia a livello di politica interna dei singoli Paesi interessati sia a livello di equilibrio strategico dell'area.
Come il 1979? L'assalto degli "studenti" iraniani all'ambasciata inglese di Teheran del 29 novembre scorso ha riportato subito alla mente quanto successo all'indomani della rivoluzione khomeinista quando fu assaltata l'ambasciata americana. E' facile azzardare un paragone fra oggi e allora, ma le immagini dalla capitale iraniana con decine di uomini intenti a bruciare l'Union Jack sopra il cancello della sede diplomatica britannica non bastano a giustificarlo. Un reportage che ripercorre gli ultimi trent'anni della storia iraniana.
Abbandonando la zona del Parlamento del Bardo – tra democrazia operosa e vigili manifestazioni – l’impressione è che molti cittadini di Tunisi, dopo l’annuncio dei risultati elettorali, abbiano chiuso con la politica per un bel po’. Un reportage per fare il punto sulla "Rivoluzione dei Gelsomini". Il giorno dopo.
Nelle interpretazioni storiografiche che si sono succedute dal 1989 a oggi è raro imbattersi in tesi che in maniera convincente mettano in dubbio quanto, a sponde opposte, hanno per primi sostenuto François Furet ed Eric Hobsbawm: che il Novecento abbia avuto inizio con lo scoppio della Grande Guerra, l’evento che segnò un brusco e inimmaginabile mutamento del tempo storico.
In una congiuntura politica che richiede validi strumenti militari per interventi in aree strategiche, lo studio esamina la spesa militare europea ed americana. Partendo dall’analisi dagli investimenti dei singoli paesi e dalle loro strategie politiche suggerisce una maggiore sensibilità e una via alla razionalizzazione delle spese.
Si è conclusa da pochi giorni la missione negli Stati Uniti del direttivo dell'International Council of Jewish Parliamentarians (ICJP), organizzazione che riunisce oltre 300 parlamentari ebrei da tutto il mondo, presieduta dall'On. Fiamma Nirenstein (Pdl), vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.
Mentre il regime di Gheddafi si sgretola è tempo di analizzare il testo e i risultati della Risoluzione 1073 votata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un modello che potrebbe essere replicato contro la Siria e che va nella direzione di un maggiore interventismo della comunità internazionale nella difesa dei diritti umani.
Nei secoli resiste l’hawala, un sistema bancario informale e carsico, un'intera economia offshore che muove in tutto il mondo, sotto banco, miliardi di euro. Il perno economico del terrorismo e il vero punto di criticità della rete finanziaria mondiale.
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